tu sei tutto, fino al settimo cielo (completo)

TU SEI TUTTO, FINO AL SETTIMO CIELO

Introduzione (sette strofe (ogni strofa sette versi(ogni verso sette accenti)))

… “tu sei tutto, fino al settimo cielo” è l’inizio e la fine del mio libro,
che ci farà liberi, perché ognuno troverà in esso il suo posto.
Sarà un viaggio a spirale, oscillante tra una cosa e il suo opposto,
ma è meravigliosa questa ascesa in cui sai dove vai e c’è sempre
una sorpresa, perché sei aperto, aperta, e io Alberto e tu scoperta.
Io un artista e tu la più veloce, la più bella sulla pista. Era mia figlia
e come una foglia è cresciuta da me che sono albero Alberto.

Ma certo ho anche un figlio e il mio consiglio è di lasciarli andare,
dopo averli curati in tutti i possibili particolari prima di salpare,
come una nave in mare. Ma è mio figlio, sì, ma è un foglio
che deve essere scritto e poi volare finché verrà letto.
E non temere il mare o il cielo. E’ vero, i tuoi fogli diventeranno
un libro. La vita. E sarà tua e di tutti. Con i sette principi di Deepak
ed i sette fiori di vita in ascesa nel Sahaja Yoga di Nirmala


Fermati, dove stai vorticando? Spirale che sale.
Sì, mi fermo e sono eterno: nell’immobilità l’eternità,
la realtà concentrata in una goccia, un inizio,
e il fluire dello stessa realtà, non solo metà, nella storia.
Ma il primo concetto da tener stretto stretto
è che storia e eternità sono la stessa cosa
Vortice, perciò cerchio, con un centro, perciò uno.

L’albero è un vortice, guarda la chioma,
i rami braccia, orizzontali, ali: Ma guarda anche come
l’apparato radicale è simmetrico, specchio alla chioma.
Seme, chioma. E questo chiama il verticale che sale
e l’altra immagine oltre il seme, la noce, il nucleo
l’uovo, la testa, la sfera, la terra, e dentro il cervello.
L’universo che si versa nell’uno, quanto è bello.

L’universo, tu, uno, nessuno, poi due, ed i multipli.
Non fermarti: la spirale che sale è fiore e i petali molti.
E il fiore sei tu. Anche il cuore, in un libro di anatomia,
non è fantasia, è un vortice. E i petali palpiti.
Se torni da capo, passo per passo ti accorgi che tutto è vero.
E dove ti aggrappi ruotando, danzando?
Agli altri. Ma il perno sei tu, perciò tutto. Unito al tutto.

Dite a tutti che io sono felice, non fingo, non sospiro, respiro.
Non ho paura di niente, mi fido dell’ascolto dei palpiti del cuore.
Mi conduce la luce: dal caldo al calmo, al pieno dell’arcobaleno.
Non sono un incosciente, ma credo che vuoto e niente sono attesa.
La coscienza è il mio filo d’erba. E’ una corda per acrobati la leggerezza
con cui mi infilo al tutto. Voglio il seme, il fiore, l’albero e il frutto.
Il mio inizio e la mia fine è il flusso, l’essere, il divenire, il centro e la ruota.

Nel mezzo del cammin di nostra vita io mi trovai in una selva oscura,
che la diritta via era smarrita. Ma adesso dimostrerò, con l’aiuto altrui,
che tutto è facile, armonioso e bello: basta seguire natura.

Il segreto è quello. Inferno e purgatorio sono umano immaginario.
Dante è bene ringraziarlo, comunque, per il tre che è divino,
divino fino al sette, dove Cenerentola dalla pentola, la cenere, le ciabatte
diventa la più bella. Quella scarpa è barca. La spirale della storia lo ammette.

PRIMO CANTO


dall’uno al sette le ruote di vita nel nostro corpo si avvitano
le guidano i sette principi con corrispondenze perfette, logiche, salendo
corrispondono ai giorni della settimana con gli dei annidati a spiegarli nei pianeti

uno, la coda (21 strofe= 7×3)

Uno è uno, e nessuno è solo, se è uno con l’universo. Questo
è il primo e ultimo principio, quello dell’unità, della felicità.
Qui c’è l’anello tra tempo e eternità, passato e futuro. Qui sta
che tempo e spazio sia qui ed ora, qui ti chiama chi ti ama:
il Buddha, Gesù, il Profeta e gli altri saggi. I raggi del sole.
Rosso come il centro della terra, sotto il tuo osso sacro. La coda
dalle tre spire e mezzo. La maniglia, che tu la, le faccia ripartire in su.

La meraviglia. Dall’alto, dalla nascita, ti è stata depositata laggiù la madre:
la Kundalini, la tua natura, sole che devi risvegliare e far salire dalle tre spire
alla sommità della testa. Dove solo ti resta di aprirti gioiosamente al tutto
nel fiore di loto, nel sabato del sette. Questo è quello che deve
venir fuori dal tuo Sonntag, Sunday. E il vortice che risucchia su tutto è il cuore.
La tua coscienza è lo strumento, ed è tutto dentro te. Azione da meditazione.
Tutto l’universo aspetta che tu ti avviti in questo verso. Perché è la vita.

L’uno è il naso, l’olfatto, verticale, dal gusto e poi la vista, sfocia al tatto.
Da sotto spinge al quattro, la carezza, il cuore. Poi l’imbuto è per l’udito,
per il pensiero, il sesto senso. E lo sbocco è in apertura. Ma la tensione è al sette,
oltre le tette, gli occhi, i lobi del cervello. E’ così bello che l’uno assomigli al sette
e che spinga in alto. I sensi, i chakra, l’arcobaleno, le note, la settimana, gli elementi:
fuoco, acqua, terra, aria, etere, pensiero, spirito.
Io esisto, io sento, io posso, io amo, comunico, comprendo, io sono

I sensi sono sette, cinque per sentire, il sesto per intuire,
il sette è già oltre. Sento nel ritmo del sette che parto lento,
poi accelero, appena ti penso, come fa il cuore che batte,
poi mi calmo sul palmo della tua mano e siamo in due.
Da qui si avvita la colonna della spirale, ed è uomo e donna, sale.
Vale per la materia e l’energia, scienze, misticismo e filosofia.
La legge è reale quando spiega l’universale, il flusso e il tutto.


Al naso di Dante io mi inchino e al suo senso divino, non al caso,
di aver scelto il tre, che io confermo in: io, te e gli altri,
nella danza degli opposti. L’inferno eterno invece per noi oggi
è solo inverno e il purgatorio solo il senso rotatorio della realtà.
Portano, si sa, al sorriso del paradiso sul tuo viso nel cuore alla coscienza.
Accetto anche la terra e la montagna di Dante e le sfere celesti
ma chiedo a te cosa diresti, se tutto non fosse che il nostro corpo?

E’ semplice come dall’uno si arrivi al sette con connessioni strette.
Nel profondo i 7 principi di Deepak corrispondono anche in ordine
ai chakra nel corpo dove mi sprofondo nel Sahaja Yoga di Nirmala.
Riemergono nella settimana dai tempi dei Caldei, con gli dei e atteggiamenti,
pianeti nello spazio e giorni nel tempo, nello stesso ordine delle note
della musica, unica prova che sono figlio di dio, della luce, Gesù sei tu,
nei colori dell’arcobaleno: da coda, colonna, cranio: disegno di unità pieno.


I sette principi danzano con le sette principesse fin sull’orlo al precipizio
come se loro fossero leonesse. Ma loro sono princìpi fin dall’inizio,
le altre sono le ruote dei fiori fino alla fine, che è l’eterno inizio.
Gli uni per il pensiero e la coscienza, le altre per il corpo e l’esistenza.
Ed il sette è sete d’infinito, sintesi, fusione, la rivelazione.
Il sette è saggio, è raggio che sembra lento, essendo a spirale,
ma tutto è vibrazione. Sole, energia, amore così funzionano.

L’uno è l’unità, il tutto, la felicità. Il due sei tu, l’incontro.
Il tre è la ruota, il farsene carico, la responsabilità, la lotta.
Il quattro è la casa, l’angolo, l’angelo, il conforto, il prendere fiato.
Il cinque è il desiderio del viaggio, la direzione, il comando, la rotta.
Il sei sei ancora tu nello splendore del raggio della scelta.
Il sette è il tutto, tu, la sintesi infinita, l’eleganza della danza.
L’esito è la creazione continua, il miele che cola, l’amore e la gioia


Quanto sopra è vero, dice Deepak Chopra, che ha raccolto nel primo principio
la saggezza dei Veda perché la creazione è continua e tutto ci è possibile,
se la nostra coscienza, con l’innocenza di un bambino, tocca la Coscienza
Universale, con lei si fonde e crea, perché è flusso continuo di realizzazione.
Tu lanci un desiderio che si conficca nel silenzio apparente che ti chiama
diventa sinfonia attorno a quella nota, scia alla tua barca e davanti
onda che si apre. Tutto ti ascolta e ti accoglie e la risposta arriva.

Ma tutto è dentro te. E’ nella meditazione la meta iniziale, poi la vedrai
operare nei fatti concreti. Tutta la realtà si piegherà ai tuoi piedi
e tu sei dio e dea, basta che non cerchi il potere al tuo esterno
dove regna invece l’inferno della paura di perdere potere, reputazione,
proprietà, dove impera l’ossessione del comando e del controllo.
Inutilmente perché tutto sfuma, si affloscia in morte e corruzione.
Solo la coscienza, la bellezza, la verità, l’amore, il bene è immortale.

E’ sotto la corteccia della natura, nel silenzio del cervello, nel quanto è bello
il battito del cuore, nell’istinto profondo cui ti devi abbandonare con la fiducia,
la generosità animale e vegetale di non correre a giudicare. Libro del tuo sapere
sia il tuo respiro, l’innocenza interiore, fede, speranza e amore.
Diffida delle dottrine della corruzione, della religione che lega, di chi spiega
i pericoli e promette protezione da inganno, affanno, danno. Sono loro. Tu sei invincibile.
L’unico potere e gioia è al tuo interno. E’ la coscienza, tutto il resto puoi farne senza.

Io l’uno il fusto, tu il due la foglia, tre il tenerti con la voglia,
quattro nel piacere di un’altra foglia, cinque ci si avvolge in desiderio
stretto. Sei già in vortice di opposti che, se lo accetti, sali
al sette, sotto il sole, nel cuore al fiore dalle mille ali.
Dalla foglia al cielo capisci che è vero, ti conduco al centro dove
l’albero della vita è il perno della tua coscienza nel giardino dell’esperienza,
stantuffo tra la terra e il cielo. E la legge del dono si avvinghia al tronco.

Io sono Adamo e dove la coscienza mi conduce e tu sei Eva
il pomo, il serpente e la luce, la dea che sapeva che tutto è dono.
Adesso ti porto in quel porto intimo, segreto, nascosto dove
l’incontro di un uomo e una donna è scambio di doni, in quella baia

dove un cucciolo abbaia alla luna, chiama il sole perché è lì
che accovacciato al tepore mi vuole la lupa della vita, mia madre.

Dove il tronco non è monco, il morso non è rimorso, il frutto è tutto.

Tu sei uno e ti alzi all’uno, l’universo, che si versa tutto in te,
se il contatto diretto col tutto è aperto al tuo interno.
Dentro al centro della ruota la coscienza nuota nella meditazione
senza la quale sei niente o sei tutto in ogni tua azione.
E tutto è possibile nel contatto. Questo è il primo principio dell’unità
ed è assoluta felicità, è l’essere e il divenire. E’ nel fluire fin lì
dentro al centro di tutto. Ci arrivi con la mente, ma batte nel cuore.

Tu sei tutto fino al settimo cielo vuol dire che è letteralmente vero
che tu sia in contatto diretto col tutto se togli il tappo, il topo morto
della condizione umana che tutto intoppa, con la mancanza di fede,
di speranza e amore E per tutte le teorie sul potere, la paura, l’impossibilità…
Sarà la meditazione e il sintonizzarsi su tutta la vita che la farà finita
col blocco, aprirà il flusso, la spirale, l’erotismo universale, l’ascesa.
E tutto questo avviene nel tuo corpo, che è ponte, è orizzonte all’anima.

L’unico islamico che io rispetto e riconosco come fratello è il mistico sufi.
L’unico capitale, la coscienza, in libero mercato, non il fanatismo del profitto.
Il fanatismo ha l’apparente forza di portare la polvere del deserto alle stelle.
Gesù sei tu, se accetti d’essere seme, di andare oltre la morte, tu immortale.
La croce o la mezza luna imperiale è il male. Il dentro che è andato fuori,
vuol comandare la realtà con paura e potere dall’esterno. Questo è l’inferno,
la felicità è per chi sta al centro della ruota, del flusso del tutto, la coscienza.

Sopra l’osso coda la tua divinità avvolta tre volte dormiente
sotto il tuo sesso attende che adesso la tua coscienza, sapendolo, la scuota,
la chiami a salire per scalini fino alle fontanelle in mezzo ai tuoi capelli
e così nel mezzo del giardino sia tu l’albero della conoscenza, della differenza
tra bene e male, tu abbia la libertà, la responsabilità creatrice del giardino
del corpo. Ti lasci tentare dal serpente che abbandona la terra. Sei tu
il desiderio che sale a spirale a provare a portare il frutto alla bocca.

Adesso tocca a te capire di lasciarti andare alla iniziazione.
E’ la direzione che Eva, la vita, dà ad Adamo nel pomo
da mordere e che il serpente niente è, se non la molla, la coscienza
individuale tua che si avvolge al tronco che capisci resta monco
se non unisce la terra al cielo, se non è dono da mordere e dare,
nel frutto che non è tutto, se non da mangiare morso, sorso da bere
e la divinità sta nell’accogliere la sfida, non nel timore, nel rimorso, nel rimanere.

Mordere il frutto è il nostro destino divino, l’esatto contrario
della storia di chi la racconta al rovescio con rimorso, castigo, punizione,
colpa, ricatto del peccato, che è solo: che peccato non averlo fatto!
La gioia, il ritorno all’Eden, della felicità qui e adesso, offre
una carezza alla tua pelle, la religione una corazza. Divide il corpo dall’anima,
il prima dal dopo, il qui dall’ altrove, ammazza e rimpiazza la tua coscienza.
La natura invece è fiume che non finisce, galassia che non ti lascia, verde che non si perde.

La natura dura perché è sicura di sé, non si cura d’altro se non
di aver premura, è madre la natura e misura la sua natura nel nascere e far nascere,
nella limatura delle angosce, nella sfumatura della paura, nella lotta dura alla tortura
dell’anima insicura che si procura nuova paura dietro una sepoltura
di mura. Lei non ottura, stura, assicura la primogenitura al fiore,
l’andatura al puledro, l’apertura alla pianura, la fioritura al tutto, nella centratura
al cerchio. Si nota che la natura è ruota, nel flusso nuota, noi nous wir we mi nosotros.

Noi siamo cicogne col nido in cima al comignolo lassù in alto.
L’acqua, la terra, la pianura, l’orizzonte li conosciamo, la coscienza sei tu.
Il corpo è una freccia acuminata nel volo, potenti le ali, lunghe
le gambe, il collo, il becco, il viaggio migratorio, il desiderio. La visione
d’insieme che guida tutto il fenomeno dalla punta del becco alle zampe,
uno ed entrambe, è il rosso come l’estremità dell’arcobaleno
dal centro della terra al tramonto del sole. Noi siamo cicogne.

SECONDO CANTO

se la domenica è il giorno del sole, perciò centro di gravitazione, elemento terra
Il due è acqua che fa crescere, col fuoco dal cielo, l’albero donna
nella danza del ventre, la curva che dona, nel quarto elemento, l’aria

due, sotto l’ombelico (21 strofe= 7×3)

l’uno era uno, ma non sapeva di sé, era nessuno, non si riconosceva.
Poi è venuto il due, tu, l’onda, il respiro, la culla, l’incontro.
E mentre ti vedo e ti tocco, ecco, capisco chi sono.
Il mio occhio, lo specchio, si risveglia nei tuoi occhi e sorride.
Che bello capire che quello che capita a me è lo stesso per te.
Adesso ognuno, nel due, capisce se stesso, siamo specchio.
L’onda definisce l’unità e la dualità delle cose, il flusso e il tutto


il due sei tu ed è nudo, perché unico scudo è lo specchio.
In te vedo me e questa simmetria è l’anima mia.
Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te,
non è solo specchio. E’ la migliore difesa lo scudo di essere nudo.
E mentre ciascuno si allena a vedere sé nell’altro,
superi l’ego e scivoli nell’anima che è la tua vera identità,
quella che sa tutto di te, perché è l’anima tua e del mondo

così il due è la luna, lunedì, sei tu, la mia fortuna,
che rifletti il sole, sei specchio al giorno, già di ritorno.
L’acqua che muove le maree, che ritma le semine. Dal dispari al pari,
partorisce la molteplicità, la discendenza. Senza due non c’è niente.
E’ linfa, foglia, frutto, è tutto lo scorrere della vita, è Eva,
epifania, fantasia, Shakti, energia, Marta e Maria, Maddalena,
la seconda ruota salendo la schiena, l’onda, la sponda, il dono

tra questi due si incardina la ruota del tre. Tra me e te, sarà il sé,
ci lega alla vita. E’ metro e misura di tutto la reciprocità,
cioè il dono, che è scritto nell’onda della consonante di donna e Mann, uomo,
nella rotondità della vocale che rotola e si apre e vale la ruota.
Questa è l’acqua, il flusso, il fiume, il torrente, la sorgente e la foce
il mulino, la ruota ed il ciclo dell’H2O. Se ascolti quell’acqua, è una voce.

La fonetica è già diventata immagine. Ed immagina cosa accadrà

Shiva e Shakti, yinyang, coscienza e vita, parola e immagine.
Cinema, fumetto, pittura fonetica. Dove lo metto che prima c’era la parola
ed era sola e si è fatta vita, fantasia, energia, donna, dono che scorre,
capelli nel vento. E non avere spavento della donna o l’uomo in ciascuno
di noi. Siamo immagine di tutto, specchio di tutto, tutto è possibile.
E tutto è facile, se metti te al centro, come punto d’appoggio, ad un universo
d’amore. Abbandonati al dono e sei perno, sei eterno, sei vita infinita


io sono sempre nella linfa del fiore, fino al frutto, sono acqua

o nella spinta alla carezza al tuo corpo, sono onda, cerca la sua sponda,

o nel ciclo dell’acqua sul pianeta, la mia meta è la tenerezza del ritorno,

o nel seguito delle idee che si agganciano mentre lascio che cinguettino ed osservo

o nella rincorsa del piacere piccolo, quotidiano. Vedo che la vita è movimento

e la coscienza è esserne specchio. E mi accorgo che allora mi chiedo dove vado
e vedo che tutto è flusso, come i tuoi capelli, e quanto siano belli è dono

il dono chiama il due e come tutte le cose siano mie e tue.

Due come le gambe, complementari, una avanti l’altra dietro.

Simmetriche. Se guardi me, capisce te, vedi in me le tue virtù e difetti.

Chi da, riceve. A chi bussa, sarà aperto e aprirà se stesso.

Ma adesso, fatto sesso, che più piacere hai tu, più ne ho io,

siamo alla pancia, alla bilancia del rispetto del reciproco,

alla tavola rotonda, al condividere cibo e il senso del gusto

il due è curva nel disegno della cifra attorno all’ombelico.
Vedo e non vedo dietro al velo della danza del ventre e mentre
sogno che tolgo la foglia di fico di un vestito che non c’è,
celebro la divinità della dea. Mi pulsa nel cuore e la mente l’idea
del due, come le braccia in alto, le dita che si sfiorano, le anche
che schiumeggiano nella danza di Venere viene, Afrodite si strofina
leggiadra la schiuma della risacca: io sono di chiunque mi tocca

e non sono una ladra di piacere. Non solo vedere, devi bere, tacere,
godere ed ascoltare il corpo e ringraziare la vita infinita della dea
che si dimena per te, è dentro te, è la fiamma, è la curva, è la mamma.
Il due sei tu e lei, yin e yang, il bang in cui l’uno è esploso nel tutto.

In testa e sul fianco resta che ti manco. Il due è dono e io sono
dalla punta dei piedi alla punta delle dita danza, la carezza dell’uguaglianza

Il tre è abbandono all’avvitarsi della vita. Ringrazia e inizia a ballare

kundalini in sanscrito è curva. Nella mia cultura è l’anima. Loro
la chiamano madre. Gesù la chiamava, mamma e papà (è lo stesso
concetto in aramaico). Sia fatta la tua volontà, non la mia.
Quando Gesù diceva: Abba, come babbo, si avvitava alla vita, faceva
l’unica cosa che ha senso, fare il passo dall’io a quel dio che è l’anima:
il respiro, lo spirito, il fiato, l’alito, il fiore, l’amore, cioè tutto.
Nella radice delle parole andiamo lontano, ci accorgiamo chi siamo

Eva era il ventre e la vita era vento e mentre
soffiava sembrava vuoto, ma in Eva il soffio diventava pieno.
Eva creava Adamo, col dono del pomo, ringraziava l’uomo
nella danza del ventre. Il serpente, la mente, è il maestro di danza. Si alza,
è la spirale che sale da sotto in su, l’evoluzione, la rivelazione del sé.
Guarda come è bello nella danza del ventre sgusciare dal velo al cielo,
alzarsi in volo. E’ il tentativo dell’albero e rimanere ancorato alla terra

così la danza del ventre viene da sotto, brucia nella linfa del corpo
ma è fiamma che si alza, si contorce, avvolge e spinge in su l’anima.

Io con gli occhi e tu mi tocchi. Ma importante è quante
volte ti volterai a guardarmi, a dirmi nel segreto della mente: amore.
E allora io sentirò un fremito, una frenesia, una farfalla,
un universo che frulla, un frastuono, un tuono che urla: voglio quell’uomo
e io capirò, nel silenzio che scenderà tra di noi, che questo è un inizio

fiore e albero si assomigliano, palpitano nei petali e le foglie, respirano,
dondolano nel vento, nel sentimento orizzontale. Hanno come ali.
Succhiano dall’umidità della terra freschezza, dal cielo tepore e carezza,
come il raggio di sole allo zenit, sono verticali all’asse della terra.
Se adesso uno pensasse alla schiena di cavalla, dalla coda alla criniera,
o alla posizione eretta della marmotta di sentinella, capirebbe quanto è bella
la vita, se guardandosi attorno continuamente trova se stesso, se stessa


e sarebbe un precipizio non seguire l’indizio, non seguire l’istinto e l’intuito,
e di non farlo subito di chiamarti per nome, amore, e tuffarci nel mare
nudi. Perché è la pelle la nostra salute, la nostra psiche, l’accoglienza:
nudi si nasce, si muore, si fa l’amore, si disarma il nemico, si risorge.
Il vestito fa la finzione, la funzione sociale, il potere, la paura, la prigione.
E’ strumento di oppressione, illusione di difesa esteriore. Invincibile è il cuore,
l’anima, la pelle, la vita. Libertà, lotta e vittoria sono fatto interiore

dritto come un chiodo, sodo come un tronco di cedro
inchiodo il cielo alla terra con un raggio di sole dall’alto dell’azzurro
che nessuno pensi non si appartengano. Sono la mia anima e il mio corpo.
Siamo un tutt’uno dice il tre all’uno e al due, a me e a te
e se siamo onda, io e te, vibrazione, battito, respiro,
non ti prendo in giro, mi butto nel vortice e mi fondo e affondo nella gioia.
Il due ingoia l’uno, ma lo rimbalza, lo raddoppia, siamo una coppia


è il maschilismo mediterraneo che l’ha fatto diventare Abba, padre,
ha dimenticato la madre, Eva, la vita, la pelle, la gratuità, il dono
ha dimenticato la ruota, il flusso, lo scambio, l’orizzontalità, l’onda
la simmetria, l’armonia, la danza, la musica, il ritorno, l’uguaglianza
e l’universo si versa, se tu dai, riceverai, tutto è scambio, bussate e vi sarà aperto
e l’ago della bilancia di questa vibrazione, scambio di doni o maledizioni,
sei tu, la coscienza. È vero per ciascuno che siamo uno con l’universo


al suo centro. Dove fa perno la leva che solleva il mondo. Dentro tutto.
La leva, la fionda è la coppia: vale per ogni rapporto, si raddoppia.
Siamo stella, tela, fiore, ragnatela, sistema solare, galassia.
Sono due le labbra di Lisa, sono mille i petali di Rosa. Voi chiedete
il senso della cosa. Cosa dico, vi risponderò con l’ombelico:

che ho il dito nel miele infinito del piacere che sale, che vale
pace, amore, gioia universale. Sono qui ed ovunque. Tutto è possibile

davanti alle ginocchia tue aperte, l’immagine della goccia di miele

che sta per cadere, eppure ti aspetta, che tu entri dalla porta stretta

ed incontri la luce, disseti la sete, trovi il piacere di avere

in un abbraccio solo verità, rinascita, comprensione, libertà, amore,

l’intuizione in meditazione e la conferma nelle cose, che se c’è senso, tutto ha senso.

E allora entriamo dentro le cose. E se qualcosa è ancora proibito,

gentilmente col dito disegniamo sulla pelle a chi lo dice, perché?

dove io e tutto è amore. Gli alberi sono luce, le donne dono,
io chi sono? Dalla pianta dei piedi, dalle dita le radici, dalla spinta
delle mani i rami, dal tronco che è monco se io non ti amo e tu
non mi ami: il desiderio del vortice fino alla chioma che chiama l’universo

dove chi ama morde il pomo dell’eden. E la festa, dentro
e oltre la testa e per tutta la canna a spirale che sale, è la felicità.
Non sono un mistico, non un matematico, solo mastico e conto ogni cosa che incontro

io sono il pozzo è un pezzo che ti aspetto. Vieni ad attingere acqua

l’acqua è vita. Falla finita di dare la colpa agli altri.
La polpa di ogni frutto si gonfia di me-te l’acqua. Sono
panta rei, sono colui-colei che sono, sono bella come una bolla

Il vortice dentro me dice: gira finché dentro lei trovi chi sei
e il verso dell’universo, l’uno, vieni. Mi ero scordato che dentro me
trovavo te, in mezzo al prato, seduta e sorridente e il male non può farmi niente

se il due è fare l’amore, le responsabilità sono mie e tue.
Se il due è specchio, l’occhio è magia: io tuo, tu mia.
E fare l’amore è atto creatore, oggetto e soggetto, perdersi e trovare il cuore.
Se sei vita, sei infinita. Mi ricordi l’uno. E io non ho dubbi:
la verità nuda senza veli è nell’alto dei cieli,
oltre le natiche, oltre le tette, la felicità è al sette.
Se il due è dono, tu donna io uomo, entrambi siamo dono

TERZO CANTO


il tre è oltre me e te, è già gli altri. E’ la responsabilità
per una legge che sorregge tutto. E’ la tensione per l’armonia e che ogni cosa sia
al suo posto. E’ la lotta sotto al cuore per ciò che è giusto

tre, il diaframma (21 strofe= 16 + strofa tripla e strofa doppia)

svelta la scelta nel tre, l’impegno per difendere il due, il dono.
Io sono Marte, la guerra dentro, tra l’assimilazione e lo scarto. Martedì.
Tra l’ossigenazione e il rifiuto, la fiamma di servizio al diaframma, la trasformazione.
Io vedo il nemico quando mescolo l’ombelico. Sono vigile, vaglio e battaglio.
Dopo l’olfatto ed il gusto per la sopravvivenza, in attesa del tatto nel cuore, sono la vista.
Alla luce del sole il mio colore è il giallo, è bello, spada splendente.
Preparo il verde, il riposo, nel cuore, prima di ripartire per il desiderio d’azzurro

questa è la lotta, la jihad, Ma la guerra sulla terra è interiore.
E’ dentro al cuore, resta nella coscienza della testa, nel pozzo dell’occhio.
Gira la carrucola, la ruota, per portare alla luce l’acqua in cui ti specchi
e capisci lotta, luce, lo forza della goccia, grano, accumulo.
A dissetare, sfamare l’altro e tutti e il deserto diventa oasi.
Gira la ruota della carriola e la parola che ti porto è la rivelazione
che tu sei il centro della creazione continua, se ogni azione tua è causa

ogni azione è causa di un effetto. E tu sei una frenesia di azioni. Allora
calma, io sarò palma, il cui effetto è il dattero buono. Io sono creatore.
Ogni mia azione, ci penso prima, sarà un dono d’amore.
Questa è la lotta, di cui io sono il guerriero vero, dio creatore.
Il mio motore è un diesel, ditelo a tutti, datteri i miei frutti.
Nessuna mia azione sarà reazione, decisa dagli altri. Io sarò
sempre causa, dopo pausa di scelta, del bene mio e di tutti

mentre io mi innalzo, è venuto il tempo del balzo dell’umanità.
La mia realizzazione personale è viva nella crescita collettiva.
E’ una danza l’esistenza e una musica, di cui non si può fare senza.
Unica via alla felicità, che dicevano difficile, ma è facile.
E’ il potere che, per opprimerci, esalta fatica, dovere, croce e sofferenza.
La croce per noi sono i raggi della ruota, la sofferenza, un soffice passaggio,
sublime all’essenza delle cose: la felicità, la gioia, bellezza, grazia

ringrazio la Cina per Mao, il secolo scorso, da sempre del Tao.
La disprezzo per quello che ha fatto al Tibet e al dissenso interno, l’inferno.
La ringrazio per lo yin e yang che unisce la tenerezza al big bang.
Non accetto il segreto di stato sulla pandemia, l’ossessione dell’ego,
pura follia, in contraddizione con l’universalità del Tao e la saggezza antica.
Dico al cinese e ad ogni paese, se vogliamo salvarci, il segreto
è camminare sul ciglio al precipizio, di andare in avanti, tornando all’inizio

nel fitto della battaglia per il bene ed il pane, la scimitarra mia sarà un mulinello.
Quello dentro me è il nemico, il falso amico che lusinga che la colpa è degli altri.
La depressione dell’ego, la paura, la stura delle lamentele è fiele alla mia forza.
La mia lama lucente, tagliente, a decidere, sarà il coraggio del raggio di sole.
La forza dei fiori, dei fili d’erba, le orbite delle galassie a sorreggermi.
Il mio fendente scenderà dallo zenit verticale come la via di mezzo,
a svegliarmi la vittoria depositata nelle tre spire sotto la coda e io goda

Cile Canada, Africa Australia, Europa Italia vi amo
Cina India, ma prima ricorda la ruota che gira, il serpente.
Il potere è circolare, rivoluzione culturale, sempre.
Tibet, Tienanmen, Hong Kong. Gira finché al centro lasci
Yin Yang democrazia. Non ti nasconde il tatuaggio dell’appartenenza,
non il raggio di sole, non la foglia. Ti resta la voglia
di origine e luce. Devi andare dove Shiva e Shakti conduce

nel cuore alla violenza, a sfidarla, facendone senza. Devi essere nuda
in tutte le piazze dove impazzisce la domanda di pace e di pane.
Strappare da una immagine tutta la poesia che viene, non lasciarla imprigionata
che la pornografia dell’occhio del pidocchio soffochi la geografia dell’anima,
il raggio, il sole saggio che si leva. L’inferno, che dicevano fuoco,
per via che divora chi lo adora, era un blocco di ghiaccio.
Ora la verità lo ha sbloccato, fiamma lei stessa, primavera

George Floyd è il raggio della ruota. Dal ginocchio sul collo al negro
si articola, come un sole che sorge, il gomito che spingerà fuori gioco
il biondo razzista imbroglione e pulirà la polizia dalla facile violenza.
Il ginocchio sarà per la preghiera, il gomito leva, perno alla giustizia.
Caviglie, ginocchio, polsi, gomito, collo, articolazioni dal sole
del cuore, dove l’amore è lo spirito al centro della ragnatela, la tela
che si apre alle stelle, all’universo, al tutto, all’oro così bello del giallo

perché la zeta è la mia meta. Perché è la zappa da cui non si scappa.
Devi metterti in fondo per vedere tutto il tondo. Guardare le cose da sotto in su,
ti fa capire di più. Rovesciare i potenti ed esaltare gli umili, diceva
la vergine Maria e così sia. Sembra ci voglia un grande coraggio ad accettare
la ruota che gira. Ma in fondo basta un po di umiltà. Lì sta
il segreto: stare al centro della propria coscienza e non farne mai senza.
Ringraziare che il raggio giri, tutt’al più sospiri. Pensa a chi è sotto

mia nella simmetria e la luce. A te mi conduce la treccia e la freccia
del desiderio. Uno sale, l’altra scende. Ed è avvitandosi che si comprende
la legge che ti protegge. Perché è sintesi, non sono schegge. E’ sole
e vuole l’eterno perno dell’armonia, che io sia tuo e tu sia mia,
nella sfera vera cui ogni curva si avvita a vita infinita.
E tutto si affonda nell’onda di essere e divenire, nell’abbraccio all’amore.
Eccoci al fondo, al centro del mondo, dove tutto è vivo, perché è uno

l’uno è il punto di partenza, il centro della terra, E’ la domenica dove,
nell’uno, domino e dormo. Nel due mi sveglio e sono luna che mi chiama
al giro. Sono acqua che scorre. Vita che inizia. Dare e ricevere,
scambio, dono, donna, incontro, sesso adesso mentre io sono
me stesso e tu te stessa. Siamo assieme nella gioia dell’arancia,
lì, sotto l’ombelico del mondo, che noi chiamiamo pancia
dell’arancione che è ancora molto fuoco, due porzioni, e un poco

di giallo, venuto dal verde dalla crosta terrestre.Ma ricordarti che tutto
questo è paradiso. Il verde sarà il cuore, il giallo è il diaframma,
l’arancione era luna, il sesso adesso. Siamo laggiù all’inizio:
domenica è dominio del signor sole, gravitazione al centro rosso
della terra, radice in basso, serpente dell’origine, avvolto nell’osso
sacro, spirale che sale appena posso. Luna, maree,
acqua, flusso, onda, oscillazione, reciprocità, io e te, sponda

cercare di vivere nell’ordine, non è farsi chiudere in prigione,
ma cullarsi nelle onde sapendo come non ti travolgano, ti cullino e ti lancino.
L’ordine è un ritmo, una danza, un riconoscersi al posto giusto nella simmetria
della tua natura, nella rotazione, nello scivolare, nell’avvitarsi della galassia.
Lascia che sia la galassia a darti il tuo posto, quello giusto, che il tuo cuore
sospira, battendo come un dono, da quando la coscienza ti ha detto ci sono.
Il tuo corpo, ma perfino da prima, ti costruiva un funzionamento perfetto

è nell’adempimento di un ordine di cose meravigliose
la tua natura, che dura. E viene assieme a quella degli altri.
Ed è proprio tua, ma assieme a loro, fa una pianura.
Martedì è lotta, dietro lo scudo dell’ombelico, digestione e giustizia.
Dienstag, amore mio, al tuo servizio, martedì, non puttana, settimana
santa, se nasconde quanta, non sai, saggezza! Il mercoledì Mercurio
coi piedi d’aria, giovedì Giove in prove di desiderio per Venere

a cosa conduce la luce se era la prima già nella Genesi?
L’acqua sopra e sotto per le maree alla luna, il lunedì.
La terra contesa da germoglio e groviglio di piante il martedì.
Il messaggio che il tempo è scandito dal cielo e dai battiti del cuore.
Pesci in ascolto e uccelli in canto rimisero in moto il desiderio.
Tra gli animali l’uomo era quello da andare oltre il contrasto,
e che se il sette è una sedia, ci si poteva sedere e ringraziare

Vitale è il virus che ci fa fermare LA DOMENICA a meditare sulla coscienza il sole: Sonntag, Sunday. Nella situazione più orribile non sei mai sola anima mia, il sole è di ritorno e così il giorno e la salute che non si sottrae a questo principio, questo saluto, salute, invito del ritorno
Vitale è il virus che ci fa fermare IL LUNEDì con la luna a gustare la tua fortuna, la donna in noi, il due, la marea, la dea dell’incontro tra la terra e il mare, l’identità, non capisci chi sei se non con l’altro, il due, non temere il lunedì lunatico come la malattia: se ne va via, è flusso
Vitale è il virus che ci fa fermare IL MARTEDI’ con Marte nella lotta interiore: l’atto creatore di essere solo karma, causa di bene, io scelgo cosa causo, la mia reazione non è a catena, è libera scelta, perché ogni azione è causa di un effetto e io lo scelgo, netto, il bene. Decido io e il virus si affloscia, è una sfida virile, chi comanda in questo virgulto, sussulto: e la donna dice sono uomo anch’io, decido io (come l’uomo è donna quando dona)
Vitale è il virus che ci fa fermare IL MERCOLEDI’ nel cuore della settimana e il nostro, col Budda, nella via di mezzo: l’ascesa, l’immunità che sale. L’immunità è dentro e dentro vuol dire in mezzo, e lì non si cede, lì nel mezzo si ammazza il virus, l’invincibilità è al centro, lì dentro: il cuore
Vitale è il virus che ci fa fermare IL GIOVEDI’ a giocare con la fretta del desiderio la saetta, ma limpida dall’Olimpo cala la calma, chi la dura la vince nella lotta al virus, il nostro desiderio però prenderlo sul serio e radicarlo in tutto il mondo, questo è il comando di Giove o chiunque sia chi decide quando piove, non solo per noi: il desiderio deve essere universale per imporsi sopra il male
Vitale è il virus che ci fa fermare IL VENERDI’ con Venere, stella del mattino e della sera, a contemplare gli opposti, la sfida vera: il medico morto il paziente risorto, Gesù sei tu nel seme che risorge, la morte non esiste, Venere, la bellezza eterna, dice vieni nel passaggio e passa oltre, vinci il virus della paura e della morte, vieni dice Venere: oltre. Gesù sei tu (la Venere è la Maddalena)
Vitale è il virus che ci fa fermare IL SABATO nel tempo del riposo, Saturday: Saturno il tempo delle messi, a rovesciare debito in condono, la schiavitù in padrone al servizio, il vizio in virtù, il virus in vaccino, divino il capovolgimento della ruota sul perno eterno. E la coscienza è il perno nella zeta dell’inizio. Grazie. E il virus non potrebbe essere niente se non un virgulto di vita, (in un sussulto, ditemi di sì. Fermiamoci qui.)

Il Corona Virus bastona e risuona nel primo principio che TUTTO E’ POSSIBILE, nel male e nel bene, che facciamo assieme: anche, tutto è possibile, una opportunità nella calamità
Il Corona Virus tuona il principio della RECIPROCITA’: tu sei l’altro, il piacere tuo è il mio, flusso, scambio, onda. L’identità è scavalcare i confini: noi e gli altri, capisci te stesso nell’altro, lo specchio, non chiudersi, il respiro, il dentro e il fuori, solo dentro o solo fuori è il blocco, la morte
Il Corona Virus incorona il principio di CAUSA ED EFFETTO: che l’unica guerra è quella interiore, nel decidere che io sono la causa non l’effetto, soggetto non oggetto, l’oggetto non può fare niente è passivo, è il soggetto attivo, la libertà, io creo, dio creatore sono io se sono nella causa. Ed ogni azione è una causa, ogni azione ha un effetto. Lamentarsi è annientarsi, il lamento è distendersi sul pavimento e morire
Il Corona Virus dona il cuore al centro, l’insegnamento: IL MINORE SFORZO, la massima facilità è seguire la natura, la via sicura, ascoltare il cuore profondo, batte: le ciabatte della vita, quello è il passo e il passaggio
Il Corona Virus ti sprona a SEGUIRE IL DESIDERIO sul serio, fin sull’Olimpo limpido del cielo trasparente, di dirlo con la parola e udirlo nell’ascolto. L’inciampo, la tosse, ridurla a un niente nel gomito, gola per dire e timpano per udire liberi
Il Corona Virus non è carogna, è Venere, Eva col pomo, viene e risplende nella sintesi degli opposti: il pomo ha il verme, il virus, ma il pomo è buono: tenere il desiderio NEL DISTACCO, l’opposto. Il principio del distacco non è reprimere il desiderio. Tenerlo, nutrirlo. La salute nella malattia, presenza nell’assenza, vicinanza nella lontananza, separati e così uniti. Il vortice degli opposti nel distacco: e il prossimo attacco vinceremo
Il Corona Virus funziona e si abbandona al principio ultimo della felicità qui ed ora, possibile solo, beati loro, a quelli che hanno UNO SCOPO NELLA VITA, non aspettano un dopo, vivono nel presente con vastissimo orizzonte…



QUARTO CANTO

il pistillo, l’ape, il polline, dillo quel che ti piacerebbe fare:
infilarmi nel tuo cuore e fare tutto per amore. Il piacere è il dovere
scoperto nella natura delle rose, semplice e facile. Sisifo è zufolo

quattro, il cuore (21 strofe= 7×3)

se sono l’albero al centro del giardino, devo sviluppare il tronco
diritto verso il cielo, per raccogliere sui rami i doni che mi ami.
Perché, innanzitutto, sono albero da frutto e il mio lavoro è qui ed ora,
dire a tutti che la linfa è vita e va in salita leggiadra.
Qualcuno l’accusa d’essere ladra alla terra, di impoverirla per dare al cielo,
è vero. Come è vero il contrario: dalla pioggia la terra riceve la vita.
Ladra è la mente: peccato e castigo, groviglio e ingarbuglio alle labbra

le mie poesie sono mie, ma non sono mie, vengono dal sé, sono tue.
Le mie idee sono mie, ma non sono mie, sono le fantasie dell’umanità.
Qui sta il segreto della reciprocità, di guardare cosa capita dentro te e attorno
e t’accorgerai che è un giro tondo da bambini. E senza dubbio
sarebbe da cretini voler essere adulti a forza di insulti
di accuse e colpe. Meglio il gioco di ritorno al giardino del bambino,
all’originalità, la disponibilità, la freschezza del “lasciate che i bambini vengano a me” ad insegnarmi

entro nella linfa delle piante, ti sento palpitare in tutti i fiori.
Giro nel ciclo dell’acqua. Trepido con te nel sangue degli amanti.
Vigilo verticale nella marmotta, nel cipresso, nelle orecchie del leprotto, nei virgulti.
Intuisci, non accetto insulti alla vita, che è qui ed ora e infinita.
Ma il dono, cui mi abbandono, sei tu, nuda nelle nuvole, al pozzo con Gesù,
nel loto del Buddha, nel bocciolo a tutti i fiori, perché sei quella con cui ti innamori
e io sento che l’innamoramento devi metterlo al centro e annaffiarlo

fiore e albero si assomigliano, palpitano nei petali e le foglie, dondolano nel vento,
nel sentimento orizzontale, hanno come ali.
Succhiano dall’umidità della terra freschezza, dal cielo tepore e carezza.
Come il raggio di sole allo zenit, sono verticali all’asse della terra.
Se adesso uno pensasse alla schiena di cavalla, dalla coda alla criniera,
o alla posizione eretta della marmotta di sentinella, capirebbe quanto è bella
la vita, se, guardandosi attorno, continuamente trova se stesso, se stessa

qui, al quattro, si è seduto sulla sedia, solida, dalle quattro gambe,
il principio che tutto avviene col minimo sforzo, la massima facilità.
La felicità è a portata di mano, basta coglierla. I saggi hanno detto:
chiedete e riceverete, bussate e vi sarà aperto, date ed avrete. E’ danza.
Ma il segreto è la coscienza, è l’atteggiamento, il cuore che c’è dentro.
Tutto è verde, non si perde: torna verde, se segue la sua natura, dura.
E’ circolare come le onde nel mare, le foglie nel bosco, le nuvole in cielo

se vien fatto per amore…Sisifo, sudava, sbuffava, grondava fatica,
sibilava velenose bestemmie agli dei, contava sulle dita il tempo
della condanna, in giorni, minuti, secondi, interminabili, orribili,
irriconoscibili, nello spingere il sasso, il macigno, se stesso, il proprio successo,
fino in cima alla montagna. Ma il momento prima della vetta,
per vendetta degli dei, Sisifo guadagna che il macigno, appena posato
sul cocuzzolo, per il non dosaggio dell’ultimo sforzo, sbanda, crolla e ruzzola

lungo l’altro pendio fino al fondo, con un tonfo, che gli sfonda il cuore,
lacera i visceri. E viscido di livore, lamento macinato in tormento,
riprende a rotolarlo, a spingerlo in su, all’infinito, in un eterno inferno.

D’estate un eterno fuoco. D’inverno un blocco di ghiaccio, col rischio
che scivoli… Se non ne esci… ma riesci? Concepisci una via d’uscita
alla fatica, alla condanna, alla punizione, al monopolio dell’eterno, agli dei?
E se gli dei divennero pianeti e poi giorni, possibile che io te e tutti

si ritorni al dio, alla dea, come idea nostra, contorta? O che tutto
invece sia amore e vita? E la coscienza nostra, la ruota che l’anima?
Sì, Sisifo, è uno schifo che gli dei abbiano manipolato ogni tentativo
tuo di fuggire verso l’alto, portandoti dietro il tuo popolo. Sisifo,
re, qui c’è il segreto e le chiavi, per liberare un popolo di schiavi:
salire. Qui, il massimo pericolo per il potere dei preti e della religione
che lega. Nessuna sorpresa che gli dei si siano sentiti assediati

e abbiano tentato la condanna. Non crederci. Il sudore non è una condanna. E’ manna di purificazione, pulisce il corpo, lo tiene vivo. E tu
non sei un omino, chino a spingere, prono agli dei, sei un gigante.
La tua fede sposta le montagne. Con l’agilità e la forza della formica, sollevi
il mondo. Solo datemi un punto di appoggio, la coscienza, e tutto
si innalza. E’ mia la leva che tutto solleva. Facilità e leggerezza.
La certezza è seguire, interpretare, scoprire e realizzare la propria natura

è’ la natura del sole sorgere, salire allo zenit e scendere ogni giorno.
E’ la sua felicità splendere e dare luce e calore, il suo senso.
E tornare ogni giorno non è una condanna. Il suo ritorno è gioco e danza.
Sisifo, tu sei l’albero della vita, zufolo e flauto, non folle ed incauto.
Dalle radici tu impartisci alla linfa la spinta fino all’ultima foglia lassù.
Fai il prurito al cielo, con zelo, con slancio, piacere e gioia
di ascendere e trascinare con te, lungo i rami, il popolo tuo che chiami,

di polloni, virgulti e sussulti, gorghi e ritorni, avvitamenti ed accumuli
di vigore e dolcezza nei frutti. Nell’azzurro lassù, sul cocuzzolo di tutte
le guglie della cattedrale che sei. Nel settimo cielo del tuo slancio di linfa.
Qui trionfa la tua natura di albero della conoscenza, di coscienza di vita.
Se poi, come il macigno del maligno disegno degli dei di punirti, di manipolarti,
il cervello di quanto è brutto quanto invece è bello il tuo dono
delle foglie alla terra in autunno, come avevi già donato agli altri viventi

i tuoi i frutti, perché tutti ne godano, dopo il riposo, non l’inferno, dell’inverno,
la prova che è tuo dono, non imposizione, tua scelta, tua accoglienza
del ciclo delle cose, del secondo principio del dare, dello scambio, della natura
profonda del tutto, nel flusso di tornare a risorgere, della ruota a spirale,
all’unità dell’uno, del ritorno all’amore, – non all’orrore della ripetizione senza senso -,
in primavera riparti, risorgi, fiorisci nel tuo slancio entusiasta di vita…
infinita non è la condanna, è la ninna nanna, è la bontà della mamma. la vita.

Tu sei lo spirito, tu il maestro, la maestra, la finestra.
Tu la verità, se la lasci venire dal tuo cuore, la invochi.
Tu e il tutto siete amanti, balbettate esitanti il vostro incontro.
E allora bussa e ti sarà aperto. Sorridi e l’umanità rifiorirà.
Crea e sarai creata. L’eterna giovinezza, la bellezza è tua.
Sarai soggetto e oggetto contemporaneamente. Sarai vita,
passato, futuro, presente, fede, speranza, amore. Ho l’orgasmo.

Dillo a Sisifo, Eva, che hanno fatto di te la stessa cosa,
spina la rosa, raccontata la storia rovesciata anche con lei, gli dei.
Demoni, i limoni. Il libro sacro, massacro di coscienze. Siamo vigili.
Nel giorno del sole, già il primo giorno della settimana,
subito dopo la creazione, per fermarla, hanno raccontato di Eva puttana.
Eva la vita, causa di morte e condanna, punizione e castigo.
C’è un solo modo con cui disbrigo la cosa e decido se

la rosa è rosa o spina, Sisifo filosofo o rovina, io
dio o demone: faccio girare la ruota. La ruota è meditazione.
Non si può fare senza la coscienza. Lì è il potere, la conoscenza
del bene e del male. E decido io, non dio, se il pomo che Eva
ha dato ad Adamo il suo uomo, è buono o peccato, se il peccato esiste
o qualcuno l’ha inventato e perché, se la vita è gioia o condanna.
E allora anche Eva accusata di aver dato ad Adamo il suo nome: “ti amo”

la metà della mela per il morso al corpo in due, le tue natiche,
senza rimorso… Tu mordi le mie, io mordo le tue, siamo in due.
Eva è redenta, la fiamma dell’amore non spenta. Decido io
se è facile o difficile vivere. Nel cuore al centro del corpo o sei morto.
Questa volta apri la porta al quarto principio che tutto è facile,
se segui il cuore, se stai al centro della tua pura natura,
dove la ruota gira nella coscienza, dove la creazione continua

è la vita che ti spinge all’alto, Sisifo. La vita all’albero, Eva.
Non ti incatena, ti sorregge la schiena. non è una fatica il tuo sforzo.
E’ lo sconto da pagare alla salita, il mettere un passo dietro l’altro.
Nient’altro. E’ una danza, un’infiorescenza l’esistenza, il tuo progredire
alla cima con la leggerezza, la destrezza di una formica, andando di traverso
magari per rendere il percorso più facile ed efficace. E se mi piace ringraziare,
ringrazio. La vita è gioia, grazia, bellezza, non atrocità e strazio

l’uno è il principio dell’unità e che tutto è possibile e che tu sia l’unico
contatto con l’universo. Il due è il dono della danza del ventre come principio
di scambio. Il tre è il principio della lotta per la scelta d’essere causa
non effetto in tutto. Il quattro è il principio della facilità, del conforto d’essere
se stessi. Il cinque è il principio del desiderio, della direzione, del dirlo.
Il sei è il principio della calma, del distacco, del balzo dall’ego al sé,
al centro degli opposti, per far girar la ruota al sette, all’oltre, al tutto

dove si incontrano il respiro e i battiti del cuore è il centro dell’amore.
Se sono dono d’amore capisco il cuore che continua a battere,
non conta i suoi battiti, continua a dare prova di se stesso.
Frenetica la formica all’impossibile ma con quanta leggerezza mica fa fatica.
Un albero è un albero cresce, facile. Non si chiede come riesce.
Un fiume è fiume scorre, il sole è sole scalda, una stella
è una stella è bella. e io sono chi sono, un uomo, sono dono

il cuore è cuore batte, non si sfalda, s’imbatte in qualcuno e gli piace,
forse accelera, ma poi trova la pace e continua la sua natura a tamburo .
La coscienza è cosciente sente, la pioggia è pioggia e goccia. Se tutto
è quello che è, è facile essere se stessi. La felicità
è la facilità di essere, di tessere la propria esistenza. E allora
la domanda che comanda la tua felicità è chi sei.
Rallenta, pensa, in fondo alla tua coscienza, il vortice è amore


tra i quattro angoli, tu ti senti difesa dalla rosa dei venti, a casa,
non ti spaventi, al centro del corpo. Come il verde sulla crosta terrestre
la vita si ripara dal fuoco eccessivo del nucleo, dal freddo dell’alta
atmosfera, non si perde. Al centro della settimana è Mercurio, il cuore.
E’ aria il messaggero degli dei, il respiro è facile. E’ al centro e lì
mi addormento tranquillo. Dillo che al centro di te stesso è la pace.
Quanto è bello ci sia il riflesso del cuore al culmine del cervello

QUINTO CANTO

la costola porta alla gola, la parola, il desiderio, la guida, la freccia,
il raggio di sole, la passione, la rotta, la corda tesa, la comunicazione
l’attesa ed il viaggio, il sasso lanciato nell’acqua ed i centri concentrici

cinque, la gola

dillo, con i tuoi tacchi a spillo, che vuoi che ti ami, a partire dai calcagni
e poi mi fermi a disinibire il nostro brindisi, indugiando nelle coppe!
Ma il destino finale, amore, è, passando dal cuore, annidarsi dalla nuca
fin sotto ai capelli, da dove discendono i pensieri più belli.
Ed i nostri goccioleranno d’amore, che gli uccelli verranno a sguazzarvisi,
a giocare nelle pozzanghere nostre, tutt’attorno, tutto il giorno.
E la gioia piena è non finire di incanalarsi nel percorso lungo la schiena

sto in silenzio, in ascolto, nascosto dentro la mia canna.
Sbando col cuore, a destra e a sinistra, ma batto, cercando la calma.
Concentro la mente al centro, leggero come il sibilo al flauto.
Incauto sarebbe distrarmi da te, da chi amo, dall’umanità.
Io cerco la felicità mia e di tutti, ma so che sarà dove ho detto:
dove metto la vita, che è dono, in abbandono al contatto col tutto.
L’airone io sono, nel cuneo al volo. Ora vieni a darmi il cambio

quale musica scorre nel flauto del cantico dei cantici? Quale
fiume sfuma all’orizzonte, se tu sei il mio desiderio continuo?
Quale discorso rotola oltre tra i ciottoli, nello scrosciare del ruscello?
Quale profumo esala dai fiori e spazzola i cespugli, condiziona
il sottobosco, mi entra nei pensieri e li innalza al bello della tua presenza?
Chi sei tu, desiderio, che rizzi ogni singola canna del canneto,
mentre io ripeto nel respiro: fa di me, per te, una canna che non inganna

il principio del desiderio è l’unica cosa da prendere sul serio, non irriderlo!
E’ il motore della coscienza, il vigore di un’esistenza, la sussistenza del tutto.
Chi ti dice “scendi dalle nuvole, la vita non è sogno”, ha bisogno lui
dello psichiatra, latra cinismo. Idolatra la paura, è carceriere cancerogeno.
Ti imprigiona e butta via le chiavi. E’ putrido potere mangia-schiavi.
Dicevano gli antichi: lascia che il desiderio indichi quale sarà
la tua volontà, la tua azione, ed essa punterà alla foce, il tuo destino

l’arrampicante è un vegetale che, mentre è incerto tra est e ovest, sale.
Così è il desiderio in noi, da prendere sul serio, sa che è in su
che deve andare. Si guarda attorno: un appiglio qualsiasi vale.
Ma la spinta non molla. Sa che in cima avrà una corolla e anche
altre già prima, a confermare la sua natura, la sua bellezza che dura.
Perché sa che ha mille esempi di sé attorno. E questo
è prova che campanula, zucchino, o cetriolo, il tuo desiderio non è solo

lo sbandare a destra e a sinistra del rampicante, dell’amante che vuol tenere
e sa che deve, proprio per tenere, lasciare andare, rispettare

il suo due. Dargli il tempo di tornare a sorridere, a ridire parole
d’amore. Sa che il cuore è battiti. Uno due, uno due, uno due:
mie e tue le redini per tenere il cavallo dell’amore nella corsa, nella via
verso casa. E non è una morsa la direzione, è una scelta fatta in due.
Il desiderio sul serio dimostra che le cose e gli amanti si chiamano, si amano

tutte le cose parlano di tutte le altre cose, è evidente.
Tutto si assomiglia e piglia quella dimensione profonda dell’onda,
dello specchio, della simmetria, della vibrazione, del raggio del sole,
dell’unità del tutto“in tutto è amore”, del contatto del tu col tutto.
Per cui io sono tuo e tu sei mia, causa ed effetto. E il mio affetto
per te non lo metto nel cassetto, ma alla finestra, perché dimostra
che è paradigma di ogni rapporto: me lo porto in qualsiasi cosa io tocchi

guarda che su questo sfondo, io ti inondo di gioia. Il desiderio è freccia
e ti colpirà in mezzo agli occhi. Ti scioglierà il viso in sorriso. E’ scoccata
dalla tensione dell’arco. Percorrerà in un attimo, un battito d’occhio, il tragitto
tra la corda tesa e il bersaglio. Ma non sbaglio se, col saggio, ti ricordo
che la felicità non è nell’arrivo, ma nella corda tesa, nella freccia,
nel viaggio tra desiderio e suo destino. La felicità è qui ed ora, nel percorso.
Il mantenere il distacco emotivo facilita l’arrivo, la sorprendente precisione

è l’intenzione lanciata dall’attenzione: la concentrazione affina e facilita.
Per lanciare la freccia, niente fretta, polso fermo, occhio
immobile, mente calma. Prendi la mira e scocca il compimento.
Così capisci quanto è forte la canna, col suo vuoto dentro.
Non spavento, ma musica e canto della vita, che si avvita circolare.
E la forza della canna è invincibile. E’ buon materiale da costruzione.
Vuoto e pieno. Centro e circonferenza. Desiderio e distacco. E si compie

lo zampillo dice: dillo dell’esultanza, durata, spontaneità
nella mia sorgente. Dillo della mia eleganza nel lanciare un tragitto,
diritto al cielo. Dell’indulgenza con cui mi lascio spezzare, per poi
subito tornare ad essere me stesso, lo zampillo. Dillo adesso
ch’io sono il desiderio e vinco sempre. Perché tu mi desideri, tu,
la sorgente, la mia spinta, la mia origine, al centro della mia mente.
Naturalmente, lo zampillo diventa cascata, e la speranza si è realizzata

adesso che ci sei, sei arrivato a casa tua , il cuore,
incomincia a capire che col desiderio comandi il mondo. Dicevano
i saggi, come raggi del sole: sei tu, è la coscienza il centro,
Giove, Thor, Zeus, dio creatore, il padre, la saetta,
il pianeta più grosso, la vetta del monte, il perno. Ma tutto
passa dalla gola, nella tua parola, la politica, la diplomazia, la comunicazione.
La rete, la ragnatela, la spola, il tessuto. Penelope sei tu, il ragno

il cuore diventa il centro dei centri concentrici, la ripetizione all’infinito
dell’amore che pervade e invade l’universo, lo manifesta. E così colma
e compie il cosmo, che si apre alla chiglia della coscienza, nella continua creazione.
Il male è l’assenza, la carenza di questo fenomeno, è la non-sostanza.
E’ il desiderio il motore di questo solcare il mare con la scia, aprire le onde,
creare sponde, luce che si lancia nella notte e illumina il cielo a giorno.
Se Giove è giovedì e l’Olimpo è limpido, Eros era all’origine

e allora facciamo il punto nel tu, la tua coscienza, l’io.
il dio della continua creazione, che tesse con l’universo tutto. Se tu
sei goccia di quel mare, cellula di quel corpo, fibra di quel tessuto,
tinta di quel tramonto, manifestazione di quella gioia, di quell’amore,
basta una vibrazione del cuore, un tuo desiderio, perché il cosmo lo accolga,
lo assorba. Meglio di quanto tu stesso ti immagini. E ti risponda nell’onda
di tutte le cose che accadono attorno a te, di riflesso: è il dono del sì

e sarà tanto più facile il galoppo verso il compimento, quanto
più leggera tieni la redine: lasci all’universo, alla creazione, alla vita,
il tempo, il come, il quando. Ma il sì è assicurato. La fede sposta le montagne,
perché le montagne sono l’effetto. E’ la coscienza la causa. Noi siamo
parte della coscienza che crea e corona di successo la corolla del fiore,
che non molla. Solo dondola il suo colore, il suo desiderio. Già lo offre
con grazia, già ringrazia. Già lo vede nella felicità che gli dà il desiderio acceso

essendo dono divino, il desiderio, devi darlo non è tarlo.

Nel desiderio è la felicità, nella spirale che sale, dove il pensiero
si incontra con l’agire: quando sei felice prima di arrivare, prima
di partire, nella coscienza del fiore che sa si sta per aprire, crede
nell’arcobaleno, nel cielo, nel proprio corpo, nella canna, nell’acqua.

Amore rosso, te arancione, gli altri giallo, gioia
il verde, desiderio azzurro, poi viola, beato il bianco, non si perde

Il desiderio cresce e riesce ad avvitarsi alla vita. Ed è così
che sono qui, ricco nel ricciolo di giocare con te ad avvinghiarsi,
a non lasciarsi. Se vuoi che io ti tocchi e ti abbia, oltre le labbra:
gli occhi e l’anima. E quando mi avrai in mezzo ai seni, dirai vieni.

Il passato è stato ed è tutto qui. Il futuro è sicuro di essere
già qui. E’ ora, nel presente, dove l’intenzione con l’attenzione
si radica cresce e riesce ad avvitarsi alla vita, ora e qui

è nel presente che tutto avviene. Qui è il campo magnetico, estatico
che crea tutte le cose. E la mia attenzione, non distratta, vi semina
il desiderio, l’intenzione. E la coscienza universale con me, in me,
attorno e attraverso me, crea, in creazione continua, la danza
della realizzazione. Cosa dici, incominciamo con le radici ad intrecciarci
o scendo con il sole a baciarti tutti i boccioli, a sfiorarti la pelle
delle foglie alle tue voglie? Sei tu, l’umanità, la felicità, il mio desiderio

ora, però, faccio la lista, di cosa farò, senza affanno.
O faccio più danno che altro, non mi oppongo al presente. Mi vi appoggio per il balzo,
con cui ogni momento mi innalzo alla meta, che è già qua. Perché
io sono questo, tu sei questo, tutto è questo e questo è tutto quel che esiste, dicevano gli antichi.
E lascio che l’universo indichi la strada all’intenzione, vada come vada,
io ringrazio depongo il mio cesto davanti al silenzio, alla meditazione, alla notte,
nella calma che la palma mi offra i suoi datteri nel fruscio del risveglio, dell’intuizione


dell’azione che seguirà la sua strada fino al destino mio, che è divino come il tuo.
Al cinque del corpo che sale, alla gola, nella voce, mi hai dato la parola:
intenzione, direzione, desiderio, il comando interiore, la spinta ulteriore.
E la godo, l’adoro, la scavo, la trovo. Mi addormento e risorgo con lei.

Sono l’eremita in cima alla salita dell’albero e la formica nel cuore
al formicaio dai mille percorsi. Le mie azioni sono diramazioni,
ma la mia mente è al vertice, il mio cuore ovunque. Anch’io sono colui che sono

io ti scorro sulla pelle, come il fiume in una valle.
Poi si perde nell’amore, penetrando il mare. Ma sempre
si ricorda quanto è bello scorrere su di te come un ruscello.
E la sua voce sfuma: come te non c’è nessuna. La farfalla si posa
sui petali del fiore, a dirti che la vita è bella, se mi chiami amore.
E’ un pezzo che dal pozzo non sgorgava il desiderio. Cupido non fare lo stupido.
E’ una cosa seria il desiderio. E’ il fiume che ti porta alla foce, conosce la tua voce

l’uno è in piedi. Il due si dimena, è donna. Il tre io e te,
due mezze mele si rincorrono verso l’alto. Il quattro è una sedia,
ci sediamo, nell’incontro ci confortiamo. Il cinque fusi in un cerchio con la valvola
del desiderio aperta, il fischio. Col sei, sei bolla, con sfiato in su,
nella compressione della contraddizione. Il sette come una zeta ed il grande inizio.
L’otto è l’eterno, siamo già immortali, io e te nel sé.
Ma il cinque era il cinque, dove chiunque sente il canto della tortora, ovunque

SESTO CANTO

lo so, sai, che sei Venere, vieni. Ti venero nel distacco.
Ti tocco solo col desiderio. Faccio sul serio, so di cosa hai
le chiavi. Ti concedi a chi condona il debito, a chi libera gli schiavi

sei, tra gli occhi

la potatura fa la pianta più sicura del frutto. Così la spina per la rosa.
Prima il duello poi la sposa. E’ legge di natura che il desiderio
sia soddisfatto dopo il distacco. C’è senso negli opposti che sono due
per dirti: per il tre, fatti avanti, avvinghiati alle responsabilità tue.
Anche Venere, se la vuoi, la devi volere la sera e la mattina.
Il tempo è il miglior momento. Dal passato il presente, qui ed ora, il futuro.
Il silenzio, il distacco, il digiuno, l’attesa, l’ascolto sono soglia alla gioia

col distacco il tuo abbraccio si allarga, eppure mi stringe. E’ pulsazione cosmica
e mi spinge di nuovo da te, che ci sfiora e ti tocco. Venere è la stella
prima della notte e prima del giorno. Ci insegna il distacco. Col tacco
ti preme sul cuore, gli dà il tocco che batta. Poi ti dà il calcagno,
che tu possa avvinghiarti a lei, salendo al corpo, sussurrando: ti amo.
Dietro l’ego, ti spiego, c’è luce, conforto, bellezza che non sfiora.
C’è l’orto della primavera. Se sleghi l’ego, che è una salciccia, Venere

si slaccia la camicia e ti abbraccia. Dieci sono le dita, la vita.
Ma tre e sette è l’avvitamento. Quello, che è dentro, è uno
al centro. Il percorso a spirale, tra passato e futuro, il presente che sale.
Tra intenzione e distacco, il desiderio si compie. Tra dentro e fuori, tra
te e gli altri, sboccia. Materia e spirito. Il sopra ed il sotto
della stessa foglia, il desiderio e il distacco, il godersi la voglia ed il tocco.
Che io abbia le tue labbra e il penetrarsi nell’uno, ritrovandolo nella sete del sette


e il primo era l’inizio. Il due io e te. Il tre il sé in tutti.
Il quattro il cuore, l’affetto, la fiamma. Il quinto la spinta del desiderio
al cielo. Il sesto la pausa che flette i muscoli al balzo, al sette:
l’arcobaleno pieno, che lecca il culo all’anima. Ho detto al rosso
saltami addosso. Lui si è mescolato al centro del mio giallo
e nell’arancione della passione a spingere nel pistone per salire al verde, al cuore
della foresta che palpita. Così resta da arrampicarsi all’azzurro del cielo,

che è vero, mescolato al mio giallo, spiega il verde del cuore,
il conforto, l’amore, l’orto del mio spirito, la fiamma. L’anima sarà
al prossimo balzo, dal viola al bianco, che ha assunto nel distacco tutti
i colori. E sembra vuoto, ma è l’ultimo attracco, l’ultimo scatto,
finale, al tutto. Come dall’interno dell’inverno entra la primavera.
E sulla testa la cresta. La festa dei mille fiori, colori, amori. Tutto.
Ma non devi temere gli opposti. Vita e morte, li assorbi danzando

da ogni cosa emerge la cosa negativa, la mancanza, l’insufficienza.
Allora deve iniziare la danza, perché la ruota giri, e i sospiri,
che soffiano leggeri, perché si avveri che, dal colmo del tuo seno, arrivi
il pieno. E la ruota è flusso, il male è blocco, il bene viene.
La spirale, per questo la ruota vale, si alza ed incalza la coscienza.
Non puoi fare senza la ruota, il flusso. La giostra mostra che tutto
ritorna. E se ringrazi l’insegnamento della mancanza, si riempie di grazia la stanza

sei tu che crei, che superi la distanza. E’ la tua coscienza il centro
della circonferenza, il perno eterno, su cui gira la storia. Tieni le redini
e la frusta leggera e i raggi in pugno. La cavalla galoppa circolare
al circo, come il sole attorno alla terra, o la terra attorno al sole.
Tutto è reciproco. E prendi il punto di vista che ti tiene in pista,
ma guarda l’opposto per tenere l’equilibrio. Così siamo arrivati alla destra
del corpo, il futuro, e alla sinistra, il passato. E tu stai di fronte, in mezzo

in mezzo alla fronte, agli occhi di Nirmala, il sesto senso. Il tuo.
Sei tu il sei. E’ sinuoso e sensuale il sei. E’ carezza, l’opposto
di corazza. Ma il loro posto è uno difronte all’altro. La bellezza
è simmetria, armonia, equilibrio perfetto. Mi metto dove la mia
natura mi chiama, in mezzo ai tuoi seni, al corpo di chi mi ama.
E il coraggio di accettare gli opposti discende e mi prende come
goccia di miele che cola dalla fronte alla gola, alle labbra inferiori

è chi assapora il valore del tutto, che è disposto a tutto. E tutto
rinnova, mentre a tutto rinuncia, sembra, ma rilancia, ed ha il frutto.
Venere, vieni. Nel distacco ti tocco. Il sei sei tu, sei Gesù.
Seme che è passato e futuro assieme. Pianta, fiore e frutto.
Attraversando la morte dimostra, vita di qua e di là della porta.
Vita e morte. Venere dice, vieni. Gesù spalanca le porte. E la sintesi
è l’oltre. Vita ancora più forte. Bellezza e certezza d’amore per sempre

Gesù è stato ucciso dall’impero e dalla religione e dalla pubblica opinione.
Ma questo non ha impedito che poi sia risorto e mai morto, palpiti in chiunque,
dica Gesù sei tu, e dio sono anch’io, se figlio, se foglia.
Ogni primavera torna, ogni cosa al sole si risveglia e riparte.
Gesù è il seme, la vita, la linfa, la spinta, il sole, il raggio,
la luce. E tutto ritorna come la parola, il pargolo, la popolazione
il figlio, la foglia, la foresta, la sorgente, il fiume, la discendenza, la coscienza

il passato non è passato, non mi ha tolto niente. Mi ha dato
tutto. Nel dono del presente, ho tutto l’esistente, il futuro è già presente.
Nulla si annulla, solo si trasforma e ritorna. Il passato è presente,
come il futuro è già presente. Nel presente la libertà dell’esistente.
La felicità è qui ed ora. Lo si dovrebbe insegnare a scuola, dare
con il latte della madre, scriverlo sulla tomba, che la morte non esiste.
Tutto è possibile, la saggezza dell’incertezza, il volo degli uccelli insiste

gli opposti si incontrano all’incrocio del nervo ottico dietro la fronte.
Il cielo e il mare si raggiungono. Si fondono lo zenit e l’orizzonte. Nella risacca
onda e sponda. Tutto è inciso sulla conchiglia, che non si stacca dalla realtà,
la riflette, con tutti i colori del cielo ruzzolati per terra, l’increspatura del mare
scolpita sul guscio, salita dalla fluidità del riverbero solare sulla sabbia
in movimento, a ripetere senza sgomento, che tutto ritorna ed è eterno.
E che ognuno abbia fiducia nell’incontro e stia fermo nella coscienza

al centro. Il cavo della conchiglia, fragile e onnipotente, orecchio e parola

conca da cui tutto si irradia, pronta nel sole che sorge. Raccoglie nel palmo
della mano, la meraviglia, il dono che siamo. La coscienza della verità del mare
che tutto è amore, armonia, simmetria, reciprocità degli opposti che si scontrano,
si rovesciano, si raccontano, si flettono, oscillano, si consumano, si fondono.
Goccia e roccia, duna e nuvola, flutto, niente e tutto.

Sabbia con le impronte di Raissa, amica con l’idea fissa della conchiglia

ho visto la tua stella prima della notte, prima dell’alba. Venere
vieni, tu scavalchi gli opposti. Scovi l’anima, ti pianti in mezzo agli occhi.
La dea che cavalca il cuore, lo stringe ai fianchi. Venere mi manchi.

Vieni, Venere, da sotto le viscere, col rullo del tamburo, eros.
Alimenta la fiamma nel vortice del fiore, cuore, lungo l’ugola.
Sostienila nella spina dorsale, all’assalto della mente immensa, l’anima.

Tutto viene, come Venere, a te incontro, ma devi essere pronto


te lo ha detto Gesù, che il creatore sei tu, nell’ascolto. Dove sei Venere?
Sono al sei, perché ti soffermi sui seni miei? Io ti catapulto
al sette, così che tutte le gocce del tuo essere siano strette
sul soffitto delle stelle a me nel cosmo, dove il più alto è il più profondo
e l’amore sia al suo colmo. Quando Venere viene non va più.
E’ la stella che sempre brilla, è l’onda che c’è anche se si nasconde.
Sempre appare, quando pare che tu te ne dimentichi, nel passaggio

tra il giorno e la notte, la notte e il giorno, pronta a un ritorno di fiamma.
Venere, vieni, siedi con me sulla sponda. Lo so, tu sei onda.
Qui, è il tempo dei cinque nostri sensi . Lo so dai tuoi capelli
come sono belli i tuoi sguardi, le tue carezze, le tue curve. Sull’altra sponda

c’è il sempre, bellissima. Fiume Venere, vieni fino oltre l’oceano.
Due occhi, due labbra, due seni, mi alleni all’inizio e alla fine.
A cavallo dei giorni e delle notti ti cavalco nell’attesa, nella sorpresa del senso

tu sei il mio passato e il mio futuro. Tu in su, pressione passione.
Mi avvolgi, mi proteggi, mi spingi, mi sorreggi. Nel presente mi chiami.
Tu sei l’universo, non diverso da me, sono uno con te, mi ami.
Tu conosci me, meglio di me stesso, conosci il desiderio del mio cuore.
Lo affido a te, nell’abbraccio del distacco, ma non mi stacco da te.
Crescerà come un fiore, come un frutto, si realizzerà in tutto
e oltre, perché io e te siamo uno e tutto, ben oltre la morte

tu butti il sasso nell’acqua, esponi il tuo desiderio.
Ne parli alle stelle, lo ripeti alle foglie e tutte le cose belle
attorno a te, tutte le voglie degli altri viventi, perché
tutto è vivo, come un grande respiro, concorrerà al compimento
del tuo desiderio. Perché tu sei cariola, la tua coscienza, quella sola,
raccoglie il contatto col tutto, reciproco. Lo sposta in avanti, a capriola,
fino al cerchio più largo dei cerchi concentrici attorno al tuo lancio

tutto è venuto dal vuoto della notte, che è vero, è quella botte
delle meraviglie, come Venere del mattino. Io il vuoto, tu il pieno. Mi avvito al tuo corpo,
una carezza al seno. Venere vita sei e la libertà è spiegata
dai riccioli tuoi. Succhiano su. Ne subisco il fascino. Tu
sei la canna di bambù, io il ciuffo aperto attorno, spalancato al giorno.
E dentro il vuoto sibila il flauto della vita, che è fiume, via lattea,
quando di notte il culo è il cielo e le stelle le cose più belle


la morte è il vuoto che si riempie, segmento della circonferenza che si compie,
della frequenza che non si ferma, oscilla, brilla di invidia e di menzogna.
Si avvita alla vita che è l’unica esistente, bellezza che si manifesta, realtà
che resta, alba che ognuno sogna, e ritorna nella potenza dell’onda.
Quando dice alla vita che sogna, è lei, la morte, che non esiste,
è lei la menzogna. Ed accusa. Non c’è scusa alla morte. E’ come dicesse
non c’è un oltre. Ma è lei la finzione, la vergogna. L’oltre vince la morte

tra il bene e il male scelgo la spirale. A me sembra che la zebra abbia
nella conciliazione degli opposti la sua spiegazione. La zebra è in prigione?
No, è elegante flusso tra la terra e il cielo, ondeggiante nel calore
africano. Sfugge alla mano, ma accarezza la mente. Mi abbandono al nulla
e sono culla. Gli opposti scatenano l’uragano. Con l’amore, lo attraversiamo
piano. All’ultimo scalino divino c’è l’incontro degli opposti, Venere
a dire non temere di tenere le redini, me ai reni. Vieni

SETTIMO CANTO

le fontanelle sono le più belle esperienze del tuo corpo,
della tua pelle. Sono quelle aperture nel tuo cranio
attraverso le quali dalle stelle, il cosmo, è scesa la divinità in te


sette, le fontanelle

il colmo della realizzazione del sé è che tu torni al tutto in su,
come Gesù, come Anastasia, che è risveglio e risurrezione. Dal pistone
che si appoggia laggiù, nella curva della coda, nel covo divino,
dove si era, all’inizio della tua vita da neonato, annidato il tuo
sole vitale, chiamato a salire a spirale nella meditazione,
nell’azione responsabile, pulsante da anello in anello, a catena nella schiena,
dall’eros dell’origine al culmine della felicità, che tu sei tutto nell’uno

non mi immolo quando divento immobile. Non mi anniento
quando non penso a niente. Non mi suicido, se decido il silenzio.
E’ il mio modo lento di andare dentro, al centro, per essere
nella danza del movimento, del seme, del frutto, di tutto, nell’unica musica
dell’armonia. Non è che io sia in fuga. La mia foga e il mio furore
sono l’amore. Ma viene da dentro, dal centro, dal cuore. La mente
è dove si sente nel silenzio la parola, quella sola, se taci. I tuoi baci

respiro lentamente e continuo accarezzandoti la schiena su e giù.
Da una natica alla cima dei capelli, discendi all’altra natica. Anche tu,
da una narice mi sali calda al cervello, mi discendi fresca dall’altra.
Un zig zag di catena di montagne, che diventa ormai fuga di colline.
E’ vibrazione il respiro, la carezza, l’orizzonte. Ci troviamo nuovamente
di fronte, all’unità del tutto. E sarebbe sciocco non coglierne il frutto.
É il flusso che ha concepito il creato. E tutto quello che esiste continua

quando sei fermo, sei eterno e non perdi niente.
Perché sei perno al tutto, rotondità al frutto, flusso.
In equilibrio perfetto tra quanto hai goduto e quanto godrai, lo sai.
E allora lavora, qui e ora, nella serenità della gioia. Scava,
tieni eretto il diritto di salire al tetto della coscienza universale.
Agile, leggera e facile la mano sul timone della scelta tra bene
e male. E vedrai, in te e attorno a te, fioritura che dura, come mai?

libero la canna, dal ricciolo della coda, lungo la colonna, al colmo del cervello.
Perché è bello che io senta l’anima a stantuffo dare il respiro al cuore.
E che il rettile che ero possa tirar dritto, dopo lo sbandamento laterale, la vibrazione a spirale,
teso come una corda al cuore del problema. La realizzazione di sé e della realtà,
che il sé con sé trascina, questo è il compito che affascina e trascende la mia coscienza.
Vincere l’incoscienza mia e del mondo verso il livello superiore,
dove tutto è più bello, e tutti danzano nell’ebbrezza d’armonia e amore


l’eden, il paradiso, il senso delle cose, sono la stessa cosa.
Se stesso, se stessa, la felicità, l’assoluto, la completezza.
Senti il ritmo del sette, come quando tu apri i cassetti,
dove li metti i sette desideri, amore, dove li metti?
Infilali nei tuoi calzetti, sei tu, o chiamali calzini o calze,
lascia solo che il sole o la vita ti accarezzi le gambe. E si alzi
il desiderio che tutto sia uno, dal calcagno alla nuca di tutti o nessuno

io ho la scrittura compulsiva, ma è piacevole e viva. Viticcio e ricciolo,
mi lega alle nuvole, al movimento, a leggerezza, fantasia, libertà. E’ mia.
E tu dove sei? Sei la matita, la margherita che ordina i petali a raggiera,
la scrivana che fa belle le righe nelle curve, mentre scrive e sorride.
Che tutta l’umanità ne risplenda, vi si specchi, possa leggere se stessa,
in quella scrittura che dura. Se passa di mano in mano, piano,
depositandosi dagli occhi sul cuore. E lì batte scrittura che poi ancora riparte

il candelabro dalle sette braccia mi dice, che qualsiasi cosa io faccia,
devo stare al centro di me stesso, come un fiore, un albero, uno zampillo.
Come la gravitazione ti porta all’uno, al centro della terra, nessuno
dimentichi che lo stesso principio porta al sole, al sabato, alla domenica.
Ogni pianeta, giorno, fa centro al sole, così tu al perno di te stesso.
E candelabro, settimana, sistema solare girano, tirano al cuore, la coscienza.
E il candelabro, dalle labbra di fiamma, dice, la coscienza si nutre d’amore

taglio legna e la testa ai tiranni, finché basta il mio fiato.
Si spegnerà la mia forza ed il sospiro del flauto, non il pianto di chi invoca giustizia.
Ma sarà il loro risveglio all’energia interiore, il terrore al dittatore.
E la gioia del sole, nel vedere ogni goccia d’amore, ogni goccia d’acqua
tornare, dall’oceano del tempo verso il sole. E nel ciclo dell’acqua
sarà felicità sulla terra. Ma lo è già, per chi si è risvegliato e lo sa.
Guarda cosa insegna, tagliar legna, mentre ringrazio quell’albero

il cinque è il desiderio da prendere sul serio: provalo.
Il sei è alzarsi in volo sulle ali degli opposti, li accetti, non ti sposti.
Il sette è affinché, davanti a tutti, siano benedette tutte le cose.

Rovesciare la nuvola in montagna o la montagna in nuvola, è concesso
solo ai saggi, ai rivoluzionari, ai santi. Io dico a tutti quanti,
se cercano la realizzazione del sé, perché è sempre la stessa regola,
dal fare l’amore col cuore. A chi bussa col bocciolo, si aprirà il fiore

chiamatelo erotismo, narcisismo, comunismo, eroismo, io so com’è.
Se una ruota macina, preciso, nell’interesse comune, non è più ego è il sé.
Il proprio diventa collettivo. L’individuale universale. Il sole sale
e Lukashenko, in un momento, è bolla di sapone davanti ai Bielorussi.
Putin sputa veleno dalla cerobottana del potere, sibila menzogne.
Ammazza oppositori, ricatta. Pustola di pus lui stesso, ha il terrore
della piazza che, da funerale in funerale, incomincia ad imparare dov’è la puzza

ognuno ha una missione nella vita e io cerco la mia, finché non è finita.
Questo è il settimo principio, del sabato, del sapone, che lava i panni
e li espone al sole. Che condona il debito, perché ritorni il dono e lo scambio.
Che libera gli schiavi, perché solo la libertà ha le chiavi della coscienza. Ed ognuno
è il centro dell’universo. E tutto è uno e danza. E l’unica circostanza che conti,
da Saturno o Crono, il tempo, a noi, è l’uguaglianza, il diritto alla ripartenza.
Equilibrio e armonia, ma ciascuno ha traiettoria specifica in questa scia

io sono il polline, tu l’ape. I fiori sono i nostri amori.
La vita si avvita e si apre. E tutto quello che faccio è
che ti abbraccio. E tu lo sai che con me hai tutto. Io sono
il seme, tu il frutto e viceversa. Mettitelo in testa: l’universo
si versa, io in te, tu in me, come da una brocca, e adesso ci tocca baciarci.
E se una goccia va persa, è miele. Sussurra dalla Siberia la dea
Anastasia che, il calore al sole, lo dà il cuore tuo e l’anima mia

se tu sei l’amore, io sono il fiume che, alla foce, esalta il mare,
mentre lo penetra, sfumando la voce. E poco gli importa se in lui
si perde. Nella forma dell’onda tutto torna e riprende. Se l’azione
è così calma e forte, da essere concentrata e sublime, è meditazione
la meta raggiunta. Sei già oltre la morte. E’ sul filo
sottile del fine, il confine con la felicità, mia e di tutti.
E ciascuno alla ricerca di se stesso, cosa faccio io, qui, adesso?


cielo di pianura, in cui vedo nelle nuvole, che vengono a schiere,
la cucitura dei popoli d’Europa, sotto l’unica scopa del vento,
e come, dopo tuoni fulmini e spavento, essa porti la coscienza al centro.
Il sereno e l’azzurro, il sorgere del sole e il tramonto, e ad ognuno di essere
contento del suo destino, fino ai colori del cielo e il lavoro del vento,
come scopa, e scopo di pace e democrazia. Che ognuno si renda conto che è lui
quel fiore, per cui quel cielo scorre sull’orizzonte, di ogni continente

la realtà è già sorretta dai sette principi. Ed è questo che già
palpita felicità perfetta dentro le cose. A noi vederne
e goderne la manifestazione, nel flusso del tutto. E noi in esso.
E così ringraziare…del principio dell’unità, per cui tutto è possibile,
se ogni cosa sa delle altre e vi risponde col principio del dono,
per cui ricevo quel che do e sono. Da cui discende il principio
di causa ed effetto, e della responsabilità che accetto, perché ogni mio atto


sia causa, non caso o riflesso. E perciò libertà. Qui sta il quarto
principio, del minimo sforzo. Il segreto del cuore che fa tutto per amore,
secondo natura. E il principio del desiderio che, nel senso a me stesso, sgorga.
E poi lascio nel distacco che l’universo mi porga il percorso per esaudirlo, nell’armonia
del mio destino e con quello di tutti: viva prova, definitiva,
che il principio dello scopo della vita mia, altro non sia che l’universo,
che si versa in me ad esaudirlo, riconoscendo in me la propria scintilla

all’inizio c’era la parola e non l’hanno riconosciuta, allora è venuta
l’immagine. E con essa si è fusa in pittura fonetica. E sono pagine e pagine
della fantasia mia, della vita mia, dalla mia bocca alla mia costola.
Zappa nel mio corpo: perché con gli occhi mi tocchi, la mente non mente,
non si scappa, il cavallo del cuore galoppa, la coscia sfuma l’angoscia,
bella è la pelle, non solo i capelli e le spalle, la pancia è misura
e bilancia, il collo zampillo e controllo. La schiena è piena responsabilità

la costola consola, se ti manco mi strofino sul tuo fianco. Con la mano ti chiamo,
col braccio ti allaccio, sulle dita le cifre della vita. Ti aggancio sulla guancia
con un bacio, sotto l’ombelico sul fico, slaccio tutto e mi slancio, ti penetro
dalle palpebre a palpiti. Dai seni mi dici vieni, io taccio e faccio
tutto quello che posso, perché il tramonto sia rosso, mentre tu ti alzi
e mi incalzi con la danza del ventre, e nel cavo dell’ascella, in entrambe,
io abbia il mio covo in quanto sei bella. Dalle gambe alle labbra una supplica

sulla lama affilata del coltello, è bello infilarci la sfilata dell’arte.
Sulla corda tesa l’ascesa, che è tutta orizzontale. Per questo vale
contemplare il mare. E si parte, accettando l’irruenza del vulcano che ti amo,
prima ancora che tu mi dia la mano. Ma nella calma la palma
si flette nell’arco dell’arcobaleno, finché il cielo anche è pieno
di gioia. E il colore è amore e fiore. Di cui la primavera riempie
la prateria. E la nuvola è nuda e tu sei mia, mentre impari cosa sìa

e se tutto è amore, e l’universo è vivo, non solo il mio corpo, anche
ogni popolo… Se anche la terra è essere vivente ed ogni galassia,
lascia che io porti te con me. Perché c’è un posto, ed è il corpo,
dove il cuore, colmo di cosmo, la mente, un mare di scintille,
sente me con te in quell’amplesso adesso, mentre macino
il brutto in cose belle, sulla pelle, nella mente e nel cuore,
si riverbera nel tutto, l’amore che muove il sole e le altre stelle