camera nunziale, abbraccio, i lobi del cervello
se io e te siamo, tra fiore e frutto, la scalata al sette, al cielo che ti amo
uno, due, tre, sette, ventuno, profumo d’amore che nessuno sottomette
chi è stato sul cuore ad una donna, non la potrà più dimenticare:
ha tolto il vestito agli angeli, conosciuto l’infinito oltre le nuvole,
ha accolto in sé la luce. Il mio posto perfetto sul tuo petto.
Tu ti togli ogni velo, io mi arrampico sul cielo.
Supero l’incertezza aggrappandomi alla tua bellezza. Il cielo è dove
il mio pelo si unisce al tuo pelo, i tuoi ai miei capelli, i pori
della pelle parlano alle stelle con pensieri così belli che il mare si commuove
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nella stanza degli ammalati di Mozart, gioiosa, con gesti mi chiamavi,
avendomi visto prima. Mi avvicinavo strofinandomi sul tuo viso
e mi dicevi ‘raditi’ e ti sentivo il seno sodo e dolce tenendoti
di lato la gabbia del torace. Quanto mi piace annotare i sogni
con te e le mie paure del tanfo nel respiro. ‘Mi avevi detto:raditi?’
‘Sì’. Ed i nostri visi erano reciproca carezza, come la brezza
tra le tende mentre la finestra è socchiusa perché l’universo mi parli di te
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chiamali anima e animus con Jung, yin e yang nella barba
dei cinesi, te e io nella camera nunziale, sorpresi a guardarci
nudi. Ci dobbiamo penetrare e fondere: logica, forza, capacità di giudizio
con emotività, intuizione, relazione con la dimensione profonda: Gesù e Maddalena
e tutti i brividi di piacere che salgono dalle natiche alle scapole e oltre
i capelli lungo la schiena. Le nozze di Cana, e lei senza nome,
divina come lui, come noi, che non lo sappiamo, risorta nel vino
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è come quando vedo i tuoi seni, il mio istinto dice vieni,
falle capire che lei è una, tu interno ed esterno,
estate ed inverno, est e ovest, alba e tramonto, sempre incontro
a lei che è luce, vita, ogni fiore. Il suo cuore che batte, che viene
da me con un pigro trascinare di ciabatte, o correndo scalza perché
la voglia di un bacio la incalza. E finisce in mezzo alla stanza che si chiama
camera nunziale, per chi ama, annuncio del nido sulla soglia all’uno
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precisa in fondo alla strada il mio intuito diceva o è Lisa o è Eva,
sul mondo tondo, che ritorna da me. Come il sorgere del sole
fino al colmo del cielo, amore mio, sono pronto: siamo il guizzo del delfino,
yin e yang nella notte, siamo tutto. Ed il flusso già sussurra
stai sull’onda se vuoi che la spirale che vi avvita vi risponda.
Sulla sponda dagli scogli sabbia, giaciglio alla gabbia del torace,
vostro audace, il cuore ha zoccoli al galoppo sicuro ma mai troppo
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tu il
seme, lei la terra, tu la scintilla, lei il fuoco, tu lo zampillo,
lei, la fontana.
Tu il vento, lei l’onda, tu la punta, lei la
freccia, tu la freccia, lei, la direzione.
Tu le fondamenta, lei
la casa. Il due, il più vicino all’uno, mie e sue tutte le cose.
Te
ed io siamo dio. Il più vicino alla sorgente, lo scorrere, il nostro
rincorrerci.
Il più vicino alla divinità, il divenire,
l’accettare il dopo, perché l’abbiamo fatto noi.
Siamo noi la causa, la creazione, quando siamo amore. E amore chiama amore.
Ho imparato questo con te nella camera nunziale, l’annuncio. Perdersi e ritrovarsi.
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dalla
vulva alla schiena di Maddalena, la scalata al cielo, dal centro di
te stessa.
Maddalena è ogni donna, è Sofia, la dea che hanno
tentato di spazzar via.
Tu leonessa, io leone. Dal pene eretto, senza eccezione, da femmina e maschio,
la perfezione. Raschio nella sabbia più antica ed il primo che emerge è il petto
della dea gettata a terra indietro nella sfida. Ma il tempo è circolare, il bene, la bellezza
risorge. prima che tu dica. Lei sussurra dentro te stesso, te stessa, la fortezza.
Sei tu il tempio, la sovranità, la libertà. L’illuminazione ce l’hai già. Scavi e trovi.
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E
ricordi. C’è scritto nei manoscritti e nei testi più antichi, nel
dna delle tue ossa.
Ricordarlo è andare a cercarlo nel tuo cuore,
nella meditazione, nella tua anima.
La divinità, l’amore c’è già. Sofia lo sa e le hanno messo il bavaglio.
Maddalena: uno sbaglio, una puttana. Un’omelia di Papa Gregorio primo nel 591.
Quella anomalìa aveva asciugato i piedi a Gesù con i capelli.
Lui l’aveva amata dai capezzoli alla bocca, ad ogni dettaglio, con lei sposato.
Incontro illuminato. Una figlia almeno, Sara. E forse più. Ricevuto e dato
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le due gambe e dove si incontrano il dolcissimo cercarsi di lei e lui.
Le due braccia e al loro incontro, il sospiro, la parola, i battiti del cuore.
I due lobi del cervello e al loro punto di contatto la fusione di yin e yang.
I due occhi, i due orecchi, ed il terzo occhio per il balzo al sette dal fondo del pozzo.
Col cigolìo del secchio prima che siamo vecchi, la scorciatoia all’uno,
l’anima, che nessuno sa dov’è, ma secondo Tommaso è sotto ogni sasso,
in ogni molla del materasso, in ogni filo d’erba, in ogni cosa la meno superba
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dove lo metto il mughetto di maggio, Michelina, magico, mistico?
Guarda la terra ma mostra la nuca al cielo, si arrampica a schiera,
sfuggendo alle grandi labbra verdi della vulva, dove aveva la culla.
Il suo profumo, ogni maggio, ribadisce il coraggio naturale all’umiltà,
mentre offre la perfezione del bianco, il grappolo che piove per te di fianco,
lo spruzzo di gocce, che sa è simbolo di felicità. Dove lo metto il mughetto?
In mezzo al petto, amore, ch’io ti sbottoni la camicetta senza fretta. E’ maggio
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ti amo e tu sei mia, nel senso che nessuno può portarti via.
Io voglio il tuo bene e questo mi sostiene e ci tiene per mano.
E’ vano ogni tentativo di separazione tra noi, tutto è unione, abbraccio.
Tutto è uno e nessuno scioglierà il nostro amore, perché
è al centro di tutto. Tu sei tutto, e io so essere al centro.
Mi concentro e sono con te. La separazione è illusione: lo diceva l’universo
a quelle ore di notte, che tu sei il sole e io risorgo con te. Erano le tre
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è cosmico, amico ed antico il mio amore per te, Ester, lo sai.
Tu giri e io giro la testa. Anch’io girasole. Il mio cuore in festa.
Il vortice del fiore e del sole. Invecchiando ho già il torcicollo
ma non mollo il mio amore per te, sarebbe un crollo del cosmo.
Il
sorriso del sole, il tuo, si sporge sull’orizzonte e poi sorge.
E’
come capire la sorgente e ringraziarla riconoscendola in noi.
E poi c’è quel sole tuo rosso il midollo nostro e il sangue commosso
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nudo
con te nel nido, nella sorgente, dove tutto nasce.
La coscienza
crea e tutto riesce ad essere per tutti, perché
la mente non mente e il cuore ha il coraggio di essere causa, creazione,
manifestazione, festa, gioia che non si arresta. La polarità passa
in mezzo al taglio delle natiche dove scende la treccia. L’onda è il tuo fianco
tra le costole e il bacino. Quel passo di montagna dove mi sento vicino
ormai al tuo ombelico, la meta, quell’atollo antico dove è emersa la terra
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dal
mare per incontrare il cielo come un grande occhio, il nostro terzo
occhio.
Non più adagiato, incoronato dai coralli, ma di spigolo,
questa volta in piedi,
sole che sorge, faccia abbagliante, culo accogliente, un sorriso
che porge sintonia che chiama all’unità dell’uno, chiunque ama
a non dividere te dalla madre terra, me dal seme, l’onda o il solco
dal nostro rincorrerci. Onda e risacca, dove tutto si fonde, non si stacca,
si mescola come musica antica, pelle che è confine e vuole carezza con tutto
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verso nella mia scodella quanto sei bella e ti bevo. E subito
mi chiedo cosa metto nel piatto del reciproco affinché anche il mio
corpo sia a te un poco più accetto. Poi scommetto che il ragionamento si sposta
sul sentimento che la tua presenza scatena e la durata delle attenzioni che ogni tuo
atteggiamento sprigiona. E la frittata è fatta. Io sono prigioniero della tua gioia.
Ogni tua parola ingoia tutte le mie domande e io sono nudo, senza mutande,
e nulla muta nel mio decoro. Io ti adoro come per un’ape il polline è oro
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l’ape è spolverata di polline, io sono spruzzato di ricordi di te
come una vigna di verderame. Oltre il canto delle rane, il commento
musicale di sottofondo è del vento e delle cantilene gregoriane di voci femminili
nel convento, in aumento fino all’apice dell’estasi. Quasi un richiamo
al divino per ogni creatura, al sublime, finché dura l’estasi che ci amiamo.
E la
nostra preghiera incomincia all’alba, non si spegne la sera.
La
scintilla era quanto sei bella. Ora è un incendio. Ma non scotta, è
una flotta
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dite alla Rosa che è la mia sposa, bocciolo, porta socchiusa
che annusa se è tempo di aprirsi, scoprirsi, godersi il sole che ha dentro.
Come sente il suo centro, capisce che è il momento ed esibisce
il fervore dei suoi petali, il turbine degli abbracci. E tu taci,
ti tuffi e cerchi nell’onda quanto è morbido ogni suo petalo.
Perché tutto è ciuffo femminile, filo d’erba, sboccio di fiori.
Ogni sua piega spiega quanto è generosa, quando viene fuori la rosa
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tu mi accogli, io ti penetro, tu mi rinnovi, io ti innalzo, tu mi illumini, io ti incalzo, tu mi
elimini tutte le scorie, io raddrizzo tutte le storie, siamo l’est e l’ovest che si rincorrono,
onde
che si accavallano e si fondono. Assieme siamo l’uno. Diciamo, ti
amo.
Siamo lampadina. Ci lanceranno sassi. Saremo fulmini e
stelle,
risorgeremo dai fossili, vivi, eterni, perni nei vortici. Perché io
sono l’inizio, tu sei l’inizio. La sorgente non è gelosa, è generosa,
genera. E’ utero, è uno, è quello che in tutti noi è divino vortice
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non mi meraviglio, Lisa, che tu mi dica sì, a chiamarti giglio,
ad amarti da radici, stelo, calice e i sei petali gioiosi al cielo.
Sei anche i pistilli lanciati da dentro a ciuffo, più il settimo,
centrale, con la testa a tre, io, te e la responsabilità di tutto.
Sono sicuro che, non tamburo, il giglio è tromba e il suo squillo, dillo,
è l’amore, il balzo alle fontanelle, e da quelle attraverso i capelli alle stelle.
E sotto il sette e il sei ‘distacco’, le cinque dita: il sigillo del ‘desiderio’ a sorreggerti
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con la mano del desiderio io ti offro il fiore dell’amore. Tu lo annusi
col
giudizio del distacco, il sei, il terzo occhio. Poi ti abbandoni
al
suo profumo e siamo uno, nella camera nunziale alle fontanelle.
Vedi come sono vere e belle le intuizioni di ermetismo, alchimìa, gnosticismo,
numerologìa, se esaltano corpo, cuore, mente e il tuo spirito, mentre
rivelano tutti i legami con gli altri e l’universo. Mi ami. Siamo
connessi, non separati. Se la religione divide ed impera, non è vera
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Michelina nasconde tutte le quattro dee nelle quattro sue sillabe.
Ester nel sole dell’est risveglia la vita in tutto, mi chiama.
Rosa è la conchiglia, il bocciolo che si schiude, allude a quel sole.
Lisa è la luce al tramonto divisa tra il dire e il tenere nascosto
il tesoro in lei, in loro. Perché tutte contengono tutto. L’ho capito
giacendo con loro nella camera nunziale. Sì, tutto è oro.
Ma ora. “Alzati e vieni. Dammi un bacio in mezzo ai seni.”
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