causa, creazione, la pineale
chiedo alla mia ruota che si scuota dallo stesso piano, diventi trapano, pozzo, fino all’acqua,
o scala a chiocciola, viticcio, ceda al capriccio d’essere cirro, causa del ciclo, ricciolo di libero arbitrio
il tuo culo è il fiore di loto affacciato sorridente sulla superficie del lago.
Io e te siamo le natiche che si baciano. Il tre resta lo spago dalle radici sott’acqua
all’alto dei cieli. Alla pineale si appoggia la scala della schiena di Maddalena.
La saggezza lungo le trentatre vertebre l’hanno strappata, bruciata,
soffocata nel sangue la Chiesa e l’Impero perché non sia mai vero
che la verità è dentro di noi e tutt’attorno alla luce del giorno, dal principio.
E chiedo all’orto cosa voglia dire risorto, e col tempo risponde
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che fiore vuol dire amore che sboccia e sole che sorridendo si alza.
Chiedo all’onda cosa voglia dire certezza che trovo la sponda.
E’ nel come l’umanità ha costruito le parole e non quelle sole, i pensieri.
Scivola la mano sulla coscia e il cosmo si compie. La goccia è l’oceano.
Il desiderio e il distacco. Ti sfioro, ti tocco e ti adoro. Io e te solo.
E se non ci sei, ti incontro nel sole e mi accontento: il sole è il ponte tra noi.
Nella goccia di pioggia si appoggia quello che faccio per un tuo bacio ed abbraccio
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ecco quello che mi accontenta: il coltello nella calda polenta,
quello che il corpo insegna, l’attrazione tra di noi, la natura disegna,
le cose e la struttura delle rose, i percorsi dei desideri delineano.
Come solo l’idea esulta, ti esalta e si ribalta in sussulto di nuovo incontro.
E per non perderti, devo trovare chi sono, chi sei, dove vai, dove vado,
il rapporto tra te e l’umanità, la realtà, dove essa vada, chi guidi il guado.
Allora pausa, io scelgo d’essere causa, ponte con la fonte
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e sento che la mia coscienza è rivelazione, è lei il ponte. E’ togliere
il velo, rivelarti nuda. La nudità di essere solo anima. E il corpo
maestro esperimento. Ringrazio di essere al centro, con te, di tutto.
Tu la porta che mi porta all’amore, al rapporto. E io porto con me
il frutto della conoscenza, te. E ti racconto a tutti. A tutti canto
la tua bellezza, bontà, saggezza. In te mi specchio: sono spicchio di arancia.
Sulla tua pancia respiro, atollo con le onde, ombelico senza foglia di fico
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ma come risalgo alla sorgente, come mi vi immergo, come riemergo,
dopo esserci stato in ammollo fino al collo? Cosa cigola su questo cardine?
Nudo con te nel nido. È questo il battesimo nel Giordano, il digiuno nel deserto,
deserto attorno all’ego? Dov’è l’oasi del sé, l’acqua nel sottosuolo,
l’anello della linfa? La spinta verso te che spiega tutto come una spiga,
che si apre in su e in tutte le direzioni? Quali devono essere le mie intenzioni?
È facile, difficile, facile riconoscerlo dentro sé, perché è, quello che sei
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Ester è l’est, Rosa la rosa dei venti, Lisa il tramonto, Michelina le tre della notte,
e io sono pronto ad essere, nella loro devozione, lo spazio di ogni minuto.
Rinchiudermi in una botte. per poi esplodere in una stella per dirti quanto sei bella.
E come io con loro, io con dio che, dal deserto, è quel che ha detto a Mosè,
il condottiero, io e te: io sto essendo colui che causa tutte le cose nel loro divenendo.
Scavo, scovo e trovo l’uovo della coscienza, te lo davo e con te lo covo.
Tutto è flusso, il flusso è tutto, ponte alla fonte. Io e te onda, che si rinnova e rincorre
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il silenzio è spogliarsi delle preoccupazioni. La nudità è accoccolarsi nel nido dell’anima.
La natura lasciarsi prendere per mano. Mentre i vortici mi portano alla fonte, i mantra
sono: -amo, -ho fede come fiducia, -perdono come dono di non rancore,
-mi calmo nel potere della pace del cuore, -ringrazio, -collaboro, -mi riconosco
nudo con te nell’uno, nella fonte, fuso nel gorgoglìo della sorgente,
abbracciato con te nel ponte tra la molteplicità e l’uno. Così è chiaro
che siamo causa, te. tutti e io, in quanto rivelazione di dio
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nelle mani giunte delle cinque spinte, dalle cinque punte, tu sei il sei
del salto al tutto, il sette, nel centro al palmo dove, con te, mi colmo.
Ma devo cercare l’ordine dei sette vortici, perchè mi dici:
lì ci fondiamo, ci diciamo ti amo. L’universo si versa al suo centro,
io e te siamo dentro, al centro di tutto, strutturato da sempre in nido:
coda, sotto l’ombelico, diaframma, cuore, gola, terzo occhio, fontanelle.
Ma fanno il giro alla testa, scendono alla mano, al piede, coinvolgono le stelle
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e senti il cuore battere nelle posizioni dove concentri l’attenzione e in quelle
dici, baciami, ho scoperto la luna, gli yogin hanno ragione.
base
di nuca, tempie, nuca alta, anello atollo, fronte alta, terzo occhio,
fontanelle.
Io su un becco tu sull’altro della luna, dondoliamo,
ci specchiamo.
E ogni volta va l’altalena ci fondiamo, penetriamo, ci amiamo: siamo uno.
Tieni
stretta la chiave del sette, vale per me, per te, per tutti: è
l’universo.
E allora dalla brocca della tua bocca, della tua
mente, mi verso ed ogni volta
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sono in un vortice, ci sono con te, non mi verso, prima vortico
e dico: amore mio, come sei fatta tu, sono fatto anch’io.
Così scendo alla mano, al piede, faccio il giro del corpo, vi focalizzo l’attenzione:
base di nuca, omero, gomito, avambraccio, polso, dito anulare, centro del palmo.
Sul corpo mio, sul tuo, in ogni punto, sento il battito del cuore, tuo-mio.
Coda, coscia, ginocchio, polpaccio, caviglia, quarto dito, pianta del piede.
E il quattro è il cuore, il sette l’illuminazione. In cima al cranio sono un atollo
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ma
torniamo alla mano perché siamo dio creatore, causa, motore,
amore.
Uno-polso, due-pollice, tre-medio, quattro-mignolo,
cinque-indice, sesto-anulare, sette-palmo.
Toccarsi è atto creativo come dio e Adamo nella capella Sistina.
Ma invece di Sistina chiamiamola Lisa Rosa Ester Michelina.
E’ un miracolo alzarsi dal letto, perfetto come quando mi abbandono
alla notte. Quando nell’orgasmo, non io, non te, non so più chi sono.
Solo
noi, fusi come dio e la natura, come nel Cantico dei Cantici, lei e
lui.
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Umanità e giustizia. Quanto è bello già tutto nel cervello.
Come quando mi sveglio e non ci sei e ti abbraccio nel pensiero
e tutto è vero perché è nel primo passo la creazione, l’amore in azione.
Mi succhio il pollice incerto della mia identità, lattante al capezzolo.
Rispondo all’aggressività attorno, col dito medio a corno. Proteggo
il mignolo, il cuore, in mezzo al pugno. Con l’indice assaggio il desiderio,
la politica. Con l’anulare mi inanello a te. Mi calmo al colmo sul palmo
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un uomo è ogni uomo, una donna è ogni donna. In un certo senso,
un fiore è tutti i fiori, una stella è tutto il cielo. Devi salire
al livello dove questo è vero e godere quanto è bello nel pensiero
e quanto sia immenso il nesso che adesso capisci e non ti stupisci
Gesù abbia intuito, cercato conferma e trovato che è figlio di dio
e subito concluso che siamo tutti figli di dio. Lo ha dedotto dalla vita
che palpita in cima alle dita: se questo è un dito è inaudito non lo sia
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il prossimo. Per questo non è un paradosso quel suo dire di amare il tuo vicino
come te stesso e che il destino di uno è il destino di tutti. L’universo è uno,
tutto è connesso. Per questo ogni pensiero, parola, azione è causa di un esito.
Ti ho già parlato, amore, della pausa in cui, nella calma, la tua palma si piega
al vento della vita e le dice io sarò solo causa di bene. Non sarò reazione
a progetto altrui di paura, intimidazione e prigione. Decido io, sono dio,
sono causa, non esito, effetto, oggetto passivo. Sono vivo, creatore perché amore
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questo essere causa e non effetto è la coscienza che lo decide. E’ libertà,
responsabilità, creazione. E’ esito di meditazione, perché non esito a dire
innanzitutto io sono coscienza. Il mio corpo tornerà al vento, alla fiamma.
La mia coscienza rimarrà nella tua. E’ così che torniamo alla sorgente dove niente
ci può separare. E’ già così adesso. Attraversi il mare e mi trovi
sulla sponda, perché io e te eravamo già in ogni onda. Questo vuol dire
essere connesso, qui ed ora. E sento ancora quanto il tuo abbraccio è stretto
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ascolta, guarda, osserva, annusa, scruta, considera, annalizza,
accarezza le circostanze, come un animale domestico, figlio, figlia, amante.
E’
l’universo che versa sulla tua soglia appigli, germogli, perfino
artigli,
perché tu riconosca che sei uno con lui, con lei, la
vita che ti circonda,
e cerca una sponda per parlarti, un
pretesto, un aggancio, lo slancio per dirti
la cosa giusta. Aggiusta il tuo tiro su quello che è bene per te e per tutti
e segui l’esempio del tuo amore, fallo col cuore, abbraccialo, bacialo
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E’ così che si realizzano i desideri, quelli veri, quelli ostinati, quelli nati
per vivere in te fino alla morte e oltre. I più belli. Se scavi nel tuo profondo
trovi la salvezza del mondo. Questi sono i miracoli naturali che hanno ali
per volare da soli, perché ogni colpo d’ala si appoggia all’anima universale,
quella che, non sono frottole, rotola nei ruscelli, dà la pelle d’oca alle fragole,
si sfregola come il vento sull’erba, ancora, tu in intimità col tuo amore,
pelo tuo sul suo petto, sciabola che scivola lasciva per la pace nel fodero
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è l’anima universale che fa di te una dea, di me un dio,
di te il palmo della mano che ti amo, di me il dito mentre indico
a tutti belli o brutti o sordomuti, o anime in ricerca come noi.
E se non basta l’indice, le dita sono dieci. Venti con quelle sotto.
E se la femmina ha due seni, per amanti e lattanti, il maschio il ventunesimo dito
per indicare l’alto, il cielo, completo come il culo, nella curva all’uno.
Così l’anima universale è tutto, è l’uno, è il tondo, il mondo, l’armonia
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è la
mano creatrice che fa di te una dea, di me un dio,
si misura da
cosa fai, chi sei. La fede e le opere nell’implacabile destino
sublime che tutto è uno. Come per me, che o ti amo o non sono nessuno.
Tu sei l’umanità, io la divinità, e ci scambiamo i ruoli, rotolando
in amore, accettandoci, fondendoci. La natura ci mette dodici mesi,
noi una vita. Ma alla religione, come la conosciamo, un uragano. L’impero ad uno zero.
La politica alla polis, al pollice, nel fuoco del confronto, al valore dell’uno
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il miracolo del gelsomino a maggio, col coraggio di tenerne il messaggio tutto l’anno:
che tu mi vieni sempre vicino, nella mente, ostinatamente, nella storia.
Sei amore che vortica nei cinque petali bianchi, trappola di profumo
dolcissimo. Elica al minuscolo sole giallo. Dalla giustizia alla vittoria finale.
Già presente, per chi sente quel delicatissimo richiamo, inconfondibile: ti amo.
Mantra messo a fondamento d’ogni giorno dell’anno mentre aspetti maggio.
Il vortice dice nel sempreverde non ci si perde, il calice in risalto, ci si arrampica all’alto
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la natura attorno a me mi parla di te, e più l’ascolto, più ti riconosco.
Vicino o lontano, chi mi dice che non posso essere felice, se ci pensiamo.
Dico,
dall’ombelico fino all’osso, cioè in fondo, fino alla fine del
mondo.
E siccome, secondo l’insigne filosofo Spinoza, dio è la
natura,
è la sublime spiegazione, perché tu sia la mia dea. Un’idea che funziona.
E’ miracolo che si rinnova, ogni volta ti stringo la mano, anche solo nel pensiero.
Diventa vero. E il vento non lo porta via, lo diffonde, come il mare le onde
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